Cipro avrebbe potuto evitare l’attacco di Israele alla Flotilla: se non l’ha fatto è solo per calcoli elettorali
Mentre il mondo assiste sotto shock alle immagini raccapriccianti degli attivisti della Flotilla abbandonati a loro stessi tra le mani di Ben Gvir e dell’Idf, una cosa va detta chiaramente: si poteva evitare. Cipro, soprattutto, era nella posizione giuridica e logistica di poter risparmiare alle persone della missione umanitaria il trattamento sadico e fuorilegge delle immagini che rimpallano in mezzo mondo.
Dalla giornata di domenica, le autorità portuali cipriote hanno ricevuto senza sosta disperati segnali di mayday sul canale VHF 16, perché l’attacco che ha decimato la seconda parte della missione Flotilla, quella partita dalla Turchia, con solo una manciata di imbarcazioni scampate, è avvenuto per il grosso nella Zona di Ricerca e Soccorso (SAR) di Cipro.
Ho visto personalmente le decine di email inviate a partire da domenica alle autorità portuali, con coordinate millimetriche, denunciando l’imminente attacco e chiedendo rifugio. Se le autorità cipriote fossero intervenute, anche in virtù del legame che hanno con Israele, qualcosa poteva ancora succedere. Invece Larnaca, la città costiera cipriota dove ha sede l’unità nazionale della Capitaneria di porto, ha scelto il silenzio, voltandosi dall’altra parte finché il jamming israeliano non ha oscurato del tutto le frequenze.
E al danno, la beffa: stando alla guardia costiera cipriota, l’assalto militare sarebbe stato un semplice “incidente di osservazione” non di sua competenza perché avvenuto in acque internazionali. Una sciocchezza giuridica totale. L’articolo 98 dell’Unclos e la convenzione Solas stabiliscono che l’obbligo di rispondere a un mayday è assoluto e inderogabile, e l’ispezione di navi straniere in acque internazionali senza prove di reati gravi è illegale.
La guardia costiera era a conoscenza del fatto che ci fossero navi militari e soldati pesantemente armati pronti ad assaltare 50 imbarcazioni con civili a bordo, meno stabili di un gommone, con il rischio concreto per l’incolumità di oltre 400 persone. Lo sapevano nel dettaglio perché informati e ora si attaccano alla lettera agli accordi sulle missioni di salvataggio concepite, soprattutto, per salvare i barconi dei migranti e non per assalti pirateschi da parte di altri Stati che hanno esteso unilateralmente le loro acque territoriali anche a fontane, piscine e laghi a centinaia di chilometri dalle loro coste.
Cipro e la Grecia non hanno agito come Stati sovrani custodi del Diritto Internazionale e del Trattato Unclos, ma come succursali e guardiacoste d’oltremare del governo israeliano. Il copione è lo stesso già visto il 30 aprile al largo di Creta e dietro questa vergogna c’è un cinico calcolo elettorale. Domenica a Cipro si vota: il Premier Christodoulides ha stretto un patto d’acciaio con Tel Aviv e Atene e non avrebbe mai messo a rischio questa relazione geopolitica alla vigilia delle urne, preferendo sacrificare vite umane e diritto marittimo sull’altare del consenso.
E ad aggiungere grottesco al macabro: appena una settimana prima dell’attacco, l’11 maggio, il Centro SAR di Larnaca aveva ospitato il Direttore del centro di Haifa, in Israele, per un’esercitazione comune sul Search and Rescue. Già, proprio su ricerca e soccorso. Nessuno sa cosa si siano detti e se abbiano parlato anche della missione, dato che la zona SAR cipriota copre gran parte dell’estremo Mediterraneo orientale.
Viene da chiedersi cosa le facciano a fare, queste riunioni, se il governo di un paese provoca attivamente situazioni di emergenza in mare e l’altro fa finta di niente.