Così gli Usa hanno trasformato l’embargo su Cuba in una strategia multilivello
C’è un’immagine che racconta meglio di qualsiasi discorso la fragilità del momento cubano: interi quartieri dell’Avana immersi nel buio, ventilatori spenti nel pieno del caldo tropicale, persone sedute sui marciapiedi aspettando il ritorno dell’elettricità mentre i telefoni cellulari diventano torce improvvisate e l’unico rumore costante è quello dei generatori degli hotel destinati ai turisti stranieri.
Cuba sta vivendo una delle crisi energetiche, economiche e sociali più profonde dalla caduta dell’Unione Sovietica. Ma questa volta il contesto internazionale è molto diverso dagli anni Novanta, e soprattutto molto più pericoloso. Perché mentre l’isola affronta blackout continui, carenze croniche di carburante, medicinali e generi alimentari, a Washington sta prendendo forma qualcosa che va oltre la storica ostilità tra Stati Uniti e castrismo.
L’operazione contro Cuba sta guadagnando momentum. Negli ultimi mesi l’amministrazione Trump ha progressivamente trasformato il tradizionale (e illegale) embargo in una strategia di pressione multilivello che combina incriminazioni giudiziarie, intelligence, guerra narrativa e dimostrazione militare. Una strategia che abbiamo già visto in Venezuela: convertire l’assedio economico in assedio legale, costruendo gradualmente le condizioni politiche e diplomatiche per una possibile rottura dell’attuale equilibrio di potere sull’isola.
L’incriminazione di Raúl Castro per l’abbattimento, nel 1996, dei due aerei di Hermanos al Rescate rappresenta il passaggio simbolico più forte di questa nuova fase. Non si tratta semplicemente di riaprire una ferita storica nei rapporti tra Washington e L’Avana, si tratta di colpire uno degli ultimi simboli viventi della Rivoluzione cubana attraverso la giustizia statunitense, costruendo una narrativa che equipara la dirigenza cubana a una struttura criminale perseguibile internazionalmente.
Per gli Stati Uniti, quel 24 febbraio 1996 fu l’assassinio di quattro cittadini Usa da parte di una dittatura. Per il governo cubano, invece, quelle ripetute incursioni aeree rappresentavano provocazioni orchestrate da settori radicali dell’esilio cubano di Miami, potenzialmente collegate a tentativi di destabilizzazione interna.
Donald Trump lo ha detto apertamente: “Libereremo Cuba” mentre Marco Rubio, figura centrale della strategia verso l’isola e interprete perfetto della linea dura dell’esilio cubano-statunitense, alterna invece toni più sofisticati. Nel suo ultimo video pubblico, Rubio parlando in spagnolo ha cercato di mostrare empatia verso la sofferenza quotidiana dei cubani, indicando però un responsabile preciso: il sistema politico-militare che ruota attorno a Gaesa, il gigantesco conglomerato economico controllato dalle forze armate cubane.
Secondo Washington, sarebbe proprio questa struttura a monopolizzare le risorse del paese, alimentando corruzione, inefficienza e controllo politico. Un messaggio chiaro: la fame, i blackout e la crisi non sarebbero il risultato principale delle sanzioni Usa, ma della sopravvivenza di un modello autoritario incapace di riformarsi.
Eppure la situazione interna cubana è molto più complessa di quanto raccontino sia la propaganda statunitense sia quella del governo dell’Avana. Le proteste esplose negli ultimi anni — dal luglio 2021 fino alle manifestazioni più recenti a Santiago, Bayamo e in altri centri del paese — hanno mostrato una società esausta, attraversata da rabbia sociale, impoverimento accelerato e perdita di fiducia. Un malcontento che non riguarda più soltanto settori marginali o opposizioni storiche, ma che tocca anche fasce popolari tradizionalmente vicine alla Rivoluzione.
I blackout come potenti simboli di questa crisi che fanno tornare inevitabilmente la memoria collettiva al “Periodo Especial” degli anni Novanta, quando il collasso sovietico gettò Cuba in una recessione devastante. Oggi però l’isola non dispone più né della stessa capacità mobilitatrice né dello stesso contesto internazionale.
Per anni il Venezuela chavista ha rappresentato il principale scudo strategico dell’isola: petrolio in cambio di intelligence, cooperazione militare e supporto politico, un rapporto simbiotico che ha permesso al castrismo di sopravvivere al crollo post-sovietico. Oggi però Maduro è in carcere a New York, la Russia è assorbita dalla guerra in Ucraina, la Cina osserva Cuba con pragmatismo economico, e molti governi progressisti latinoamericani appaiono più prudenti rispetto al passato.
Dentro questo nuovo vuoto geopolitico la pressione statunitense si intensifica, con le conversazioni (inedite) avvenute all’Avana tra John Ratcliffe, direttore della Cia, e alti funzionari del Ministero dell’Interno cubano e un rischio costante di escalation. Dal canto suo Miguel Díaz-Canel continua a utilizzare una retorica bellica: il presidente cubano ha dichiarato che eventuali “minacce di aggressione militare” da parte degli Stati Uniti provocherebbero “un bagno di sangue dalle conseguenze incalcolabili”.
Nel frattempo, anche le opposizioni cubane in esilio (non più soltanto la tradizionale linea dell’anticastrismo storico di Miami) stanno muovendo le proprie pedine. Un esempio significativo è stato il recente lancio a Madrid del Partido Liberal Ortodoxo Cubano da parte dell’attivista Amelia Calzadilla: un movimento che difende apertamente proprietà privata e libertà individuale cercando di intercettare una nuova generazione di cubani emigrati.
Un segnale importante: Cuba non è più soltanto una disputa tra Washington, Miami e L’Avana ma un laboratorio politico frammentato, transnazionale, dove diaspora, social network, intelligence, sanzioni, crisi economica e guerra narrativa si intrecciano continuamente.
E mentre il Granma pubblica convocazioni ufficiali per celebrare il 95esimo compleanno di Raúl Castro (il prossimo 3 giugno) e il centenario della nascita di Fidel, nel Caribe arriva la portaerei Uss Nimitz: non necessariamente una preparazione d’invasione, ma sarebbe ingenuo considerare questo elemento soltanto routine militare.