di Aurora Notarianni*

Il Consiglio dei ministri ha approvato il nuovo regolamento della magistratura onoraria stabilendone l’inserimento in un unico ufficio del giudice di pace, l’occasionalità e temporaneità dell’incarico (due quadrienni) e un regime previdenziale e assistenziale adeguato alla natura onoraria. Con una norma transitoria ha cancellato le aspettative delle toghe onorarie autorizzando, a domanda, la conferma nell’incarico per ulteriori quattro quadrienni a partire da giugno 2016.

Dopo anni di concorsi in magistratura blindati da numeri esegui e un ruolo di fortissima supplenza svolto dalla magistratura onoraria, successive nomine e proroghe senza diritti; dopo che i processi, civili e penali, hanno accumulato anni di ritardo sino al punto che oggi lo Stato è cannibalizzato dalle condanne al risarcimento del danno da ritardo (legge cd Pinto); dopo che il Comitato europeo ha accolto il reclamo dell’associazione dei giudici di pace accertando la violazione dei loro diritti previdenziali; dopo tutto questo arriva il provvedimento del Governo, che ha già determinato la rivolta delle toghe onorarie. E infatti questo trasuda ingiustizia palese e grave e lascia a dir poco stupefatti per due semplici ragioni.

La prima riguarda i magistrati onorari

Il travaso di tutti (giudici e vice procuratori) nell’unico ufficio del giudice di pace – che esercita la giurisdizione secondo competenze attribuite dalla legge in materia civile e penale – appare, infatti, un modo surrettizio di organizzare il lavoro degli uffici piuttosto che dare una nuova disciplina alla magistratura onoraria, la cui attività principale resterà quella di adiuvare i giudici togati. Ma, soprattutto, il nuovo statuto non colma il vuoto del mancato riconoscimento di un percorso di stabilizzazione e del giusto compenso a favore dei tanti che, nei decenni trascorsi, hanno prestato la propria funzione al pari dei magistrati ordinari e non prevede nessun effettivo rimedio per la copertura previdenziale, nonostante la violazione accertata dal Comitato europeo per i diritti sociali che ha espressamente riconosciuto l’equivalenza, dal punto di vista della funzione svolta all’interno dell’ordinamento, tra magistratura ordinaria ed onoraria.

A rendere più evidente l’ingiustizia del nuovo regolamento si aggiunge la condizione dei giudici ausiliari ai quali il legislatore ha demandato il compito di agevolare la definizione dei procedimenti civili, compresi quelli del lavoro. Nominati per cinque anni (con possibilità di proroga), sono destinati a collegi giudicanti per la definizione di almeno novanta procedimenti all’anno a fronte di una indennità modestissima per ogni provvedimento (200,00 euro onnicomprensivi senza contributi previdenziali).

Dopo il loro inserimento le Corti d’appello hanno programmato un doppio binario: uno per lo “smaltimento” dell’arretrato con utilizzo degli ausiliari, l’altro per gli affari correnti. Così i fascicoli più vecchi, quelli che nessun magistrato ordinario ha voluto decidere, adesso potranno essere smaltiti con il contributo degli ausiliari, delegati anche all’assunzione della prova: il momento più delicato del processo quello in cui il giudice sente, guarda, osserva, interviene, forma il suo convincimento, ricerca la verità materiale di quei fatti che poi dovrà giudicare “In nome del popolo italiano“.

La seconda ragione riguarda la tutela giurisdizionale effettiva

Il cittadino ha diritto a che la sua causa venga esaminata “equamente, pubblicamente ed entro un termine ragionevole da un giudice indipendente e imparziale, precostituito per legge”. Questi i principi degli artt. 47 della Carta di Nizza e 111 della Costituzione italiana. Il Consiglio di Stato, richiesto dal ministro Orlando di esprimere un parere in merito alla riforma, ha affermato che, nel nostro ordinamento, la capacità tecnica ossia l’idoneità a ricoprire l’ufficio di magistrato, è accertata attraverso il concorso che contribuisce a rafforzare e integrare i requisiti essenziali di autonomia e indipendenza da ogni altro potere e consente di esprimere, con la sentenza in nome del popolo italiano, la sovranità della legge.

La regola del concorso subisce due eccezioni: per i giudici onorari cui dovrebbe essere assegnata la trattazione della giustizia c.d. “minore” e per i soggetti chiamati per meriti insigni all’ufficio di consigliere della Corte di Cassazione, per arricchire la giurisdizione di legittimità attraverso il contributo professionale e accademico. Come spesso accade nel nostro Paese deroghe e eccezioni sono stravolte e trasformate nella regola.

E infatti la nomina dei giudici onorari, che avrebbe dovuto rappresentare l’opportunità di acquisire esperienze maturate in ambiti professionali diversi per arricchire l’ordinamento della magistratura, ha supplito alla loro mancanza.

Adesso i numeri, circa 10.000 togati e 8.000 onorari, dicono chiaro che dall’attività e dall’abnegazione della magistratura onoraria dipendono molti processi. Quindi, delle due l’una: o si bandisce un mega concorso per la copertura dei posti vacanti in organico con la previsione anche di una quota di riserva per gli onorari oppure si attribuisce loro il riconoscimento delle giuste prerogative nel rispetto della dignità della funzione che svolgono. Nel caso contrario sussistono evidenti profili di contrarietà del provvedimento con il diritto dell’Unione europea e con la Costituzione.

Non sarà facile, infine, spiegare al cittadino perché decine di migliaia di cause sono state decise e molte altre lo saranno nei prossimi anni da giudici che il legislatore non ritiene abbastanza preparati e capaci da consentire l’accesso ai ruoli della magistratura ordinaria per essere autonomi, indipendenti e imparziali. Resta attuale l’amara considerazione di Salvatore Satta, illustre processualista, che nel suo libro “Il mistero del processo” afferma: “Esiste una vera e propria vocazione del nostro tempo a vivere senza il diritto“.

*Avvocato giuslavorista, attenta al diritto euro-unitario e alla giurisprudenza delle Alte Corti, non trascuro la difesa nelle connesse materie di diritto penale. Dedico il mio impegno, negli organismi e nelle associazioni dell’avvocatura e in altre non profit, per le azioni di genere e per la formazione e l’occupazione dei giovani e, più in generale, per la tutela dei diritti fondamentali. Nell’ultimo anno ho affrontato il tema dell’immigrazione con la Scuola Superiore dell’Avvocatura partecipando, quale componente senior, al gruppo di studio sul Progetto Lampedusa. La mia terra di nascita è la Calabria, la Sicilia quella di adozione. Vivo e lavoro a Messina ma adoro viaggiare.