Sono i “precari” della giustizia. Li si vede nelle aulette dei tribunali, nel banco in prima fila sulla sinistra, circondati dai faldoni, mentre si occupano di quella miriade di processi “minori” che intasano il sistema ma devono essere portati avanti, perché la giustizia deve fare il suo corso. Sono i vice-procuratori onorari (Vpo) che insieme ai giudici onorari di tribunale (Got) costituiscono un esercito di circa tremila magistrati in carica per pochi anni. “I più atipici degli atipici”, scrivono alcuni Vpo di Torino in un libro appena pubblicato da Round Robin, “Precari (fuori) legge – Ogni giorno in tribunale”, il cui ricavato permetterà ai magistrati di finanziare la causa per ottenere le pensioni. Sì, perché sebbene lavorino per il Ministero della Giustizia, l’ente pubblico non versa loro i contributi pensionistici: “In sintesi non siamo considerati lavoratori dello Stato”, scrivono nel libro.

I magistrati onorari – I Vpo svolgono il ruolo dell’accusa, quello del pubblico ministero, nei processi monocratici (gestiti da un solo giudice). Si occupano del 97 per cento di questi processi. In totale svolgono la funzione di pm nell’80 per cento dei procedimenti. Inoltre possono aiutare i procuratori professionisti nelle loro indagini. I Got sono invece giudici che possono operare nelle sezioni civili dei tribunali, dove per esempio decidono il cento per cento dei procedimenti di esecuzioni immobiliari. Tutti loro permettono di smaltire le tante cause che intasano la macchina della giustizia in Italia, lasciando agli altri magistrati il tempo e le energie di occuparsi dei processi e delle indagini più complesse.

I Vop e i Got sono retribuiti a cottimo, 73 euro al giorno. Nessun’indennità, né per i casi di malattia, né per quelli di maternità. Niente ferie pagate, niente tredicesima, nessun diritto alla pensione. Lo studio dei fascicoli e degli atti poi non viene pagato: “Alcune udienze richiedono un carico di lavoro tale che, facendo due conti, la retribuzione oraria talvolta è di poco superiore a cinque euro”, spiegano nel libro.

Le loro ingiustizie – In “Precari (fuori)legge” gli autori (Paola Bellone, Antonella Cornaglia, Viviana Cappellari, Barbara Figoli, Simone Vettoretti, Micaela Soriente, Daniela Calcagni e Marco Ghigo) raccontano l’assurdità della condizione dei magistrati onorari, lavoratori che devono applicare la giustizia ma – allo stesso tempo – sono vittime di ingiustizie. C’è il collega di Macomer, sede distaccata del Tribunale di Oristano, a cui lo Stato ha chiesto la restituzione del compenso di 25mila euro: era impiegato come giudice tutelare e – siccome lo Stato paga per le udienze e un giudice tutelare non ne fa – gli è stato chiesto di rendere quanto guadagnato. C’è poi il caso dei colleghi di Alessandria che hanno lavorato gratuitamente per un anno, oppure quello dei colleghi dell’Aquila, rimasti senza stipendio durante la chiusura del tribunale in seguito il terremoto, mentre gli altri lavoratori pubblici ricevevano le paghe e i professionisti ottenevano un’indennità dello Stato.

I casi che seguono – Nella seconda parte del libro invece si trovano alcune delle vicende che i vice-procuratori onorari di Torino hanno seguito nel corso di questi anni. Tra tutte le denunce più strane e i processi per furtarelli, truffe, spaccio, risse, lesioni, insulti etc, hanno scelto di raccontare quelli più particolari: la cuoca di una famiglia benestante condannata, dopo un processo con tanto di perizie medico-legali, per l’avvelenamento del beneamato cane; il suocero che querela per ingiurie la nuora, rea di essersi presentata a Natale con degli agnolotti preparati in spregio alla tradizione familiare che li vuole fatti a mano; il marito che inscena un rapimento per passare un week-end con l’amante e via dicendo.

Ci sono pure casi più drammatici, come il ragazzo picchiato dal padre dopo aver fatto outing o la figlia di un pastore protestante picchiata per anni da entrambi i severissimi genitori. Una rassegna grottesca di fatti di cronaca che spesso non finiscono sui giornali e un campionario di “casi umani” ideali per una versione aggiornata di “Un giorno in pretura”, film di Steno del 1953.