La crisi diplomatica tra Paesi Bassi e Turchia è solo l’ultimo episodio di un cambio di rotta dell’Europa sul tema immigrazione e rapporto con l’Islam. Prima c’erano stati il “no” da parte dei tedeschi, il raffreddamento di Angela Merkel e di altri governi europei sulla politica delle “porte aperte” e anche il nuovo piano sull’immigrazione proposto dalla Commissione Europea che mette tra i temi principali quello dei rimpatri veloci, con tanto di detenzione per i richiedenti asilo. “Le forze politiche tradizionali – spiega a IlFattoQuotidiano.it Andrea Mammone, docente di Storia dell’Europa Contemporanea presso la Royal Holloway University of London – hanno deciso di combattere i movimenti neonazionalisti sul loro campo di battaglia, quello della demagogia. Per esperienza, questo atteggiamento, oltre a legittimare un certo tipo di messaggi, porta spesso alla sconfitta. I capri espiatori saranno i migranti e, forse, la tenuta dell’Europa”.

“I partiti tradizionali fanno i populisti, ma sono destinati a perdere”
Il piano sull’immigrazione proposto dalla Commissione Europea è l’esempio più lampante della nuova linea scelta da Bruxelles. Una stretta sull’accoglienza con una particolare attenzione alla politica dei rimpatri. Prima e dopo, i cambi di atteggiamento di alcuni importanti Stati membri. Ultimo episodio – in attesa di capire cosa accadrà in Danimarca dopo la richiesta del primo ministro Lars Løkke Rasmussen di ritardare la visita del suo omologo turco Binali Yildrim, prevista per fine marzo – è il caos nato dal divieto di atterraggio a Rotterdam dell’aereo che trasportava il ministro degli Esteri turco, Mevlut Cavusoglu. “Una minaccia all’ordine pubblico”, hanno spiegato da L’Aja, preoccupati per la campagna governativa in favore del “Sì” al referendum costituzionale turco del 16 aprile.

“La verità – dice Mammone – è che la politica tradizionale sta cercando di rubare consensi ai sempre più influenti partiti di estrema destra nazionalista giocando sul loro stesso terreno. Il problema è che non lo dicono apertamente, assumendo atteggiamenti simili a quelli di un leader del Front National. Le élite europee stanno manifestando la loro incapacità di affrontare le diverse crisi che affliggono l’Ue, soprattutto quella economica e migratoria, ma invece di prendere le distanze dalla demagogia di certi partiti si allineano a loro, legittimando il messaggio che trasmettono. Se un Primo Ministro o la Commissione Europea iniziano a parlare e agire allo stesso modo di questi movimenti, perché non dovrebbero farlo Marine Le Pen, Matteo Salvini o Frauke Petry?”.

Un gioco a perdere, secondo il professore: “Limitarsi a rimanere uniti tra partiti ‘tradizionali’ non basta se poi si agisce come i movimenti nazionalisti di estrema destra. Tra la brutta copia e l’originale, le persone sceglieranno sempre l’originale. Questa tattica del rincorrere i voti in base ai sentimenti popolari può portare, a mio parere, solo alla sconfitta. Forse non subito, ma alla lunga sì”.

2017, anno nero per migranti e tenuta dell’Ue
Nel 2017 sono in programma le elezioni nei Paesi Bassi, in Francia, Germania e Bulgaria. Elemento, questo, che rischia di acuire la tendenza dei governi e dei partiti cosiddetti tradizionali a spingersi sul terreno dei movimenti populisti e neonazionalisti. A pagarne il prezzo, vista la centralità del tema, sarebbero soprattutto i migranti. “Temo che possa succedere – continua Mammone – il problema dei migranti e di un loro ricollocamento non si esaurirà e se l’atteggiamento della politica continua a essere questo non vedo un futuro roseo. Come il 2016 è stato l’anno della Brexit, il 2017 potrebbe essere caratterizzato da una maggiore chiusura sulle politiche migratorie. Non credo che i vari Wilders, Petry o Le Pen possano vincere alle elezioni, ma otterranno sicuramente ottimi risultati e questo porterà ulteriori cambiamenti”.

I consensi che andranno a rafforzare il fronte nazionalista e lo snaturamento della politica tradizionale in favore di messaggi demagogici e populisti metterebbe a dura prova, però, anche la tenuta dell’Europa. “Non penso che il 2017 sarà l’inizio della fine per l’Unione Europea, questo lo escludo – continua il docente – ma c’è bisogno di un cambio di rotta. Sottovalutare i problemi ha portato all’ascesa di questi movimenti, alla Brexit e alla vittoria di Donald Trump negli Stati Uniti. Dobbiamo capire che l’austerità, la mancanza di solidarietà, l’accettare la sfida con i populismi sul loro campo rischiano di disgregare le fondamenta dell’Europa”.

Tensioni con la Turchia: “Oggi l’Europa viaggia a vista e i voti sono più importanti degli accordi”
Il presidente turco, Recep Tayyip Erdoğan, ha minacciato ripercussioni sia politiche che economiche: “La pagheranno”, ha tuonato dopo la decisione del primo cittadino di Rotterdam. Il pensiero va subito a quel tanto contestato accordo da 6 miliardi di euro sui migranti che, di fatto, ha quasi bloccato i flussi migratori provenienti dalla rotta balcanica. E ad aumentare le preoccupazioni di Bruxelles arrivano le dichiarazioni del ministro per gli Affari con l’Unione Europea della Turchia, Ömer Çelik, che secondo l’agenzia di stampa Anadolu sostiene la necessità di riconsiderare parte dell’accordo.

“Queste tensioni – continua Mammone – potrebbero anche mettere a rischio un’intesa con un Paese che rappresenta, a oggi, una barriera fondamentale per l’Ue. Vediamo spesso leader politici tenere discorsi a convegni o in università straniere, anche a ridosso di appuntamenti elettorali. Questa volta, però, con il voto olandese alle porte e l’ascesa di Wilders, ha dato fastidio. La mia impressione è che da ormai troppo tempo in Europa si viaggi un po’ a vista: se i consensi a breve termine sono giudicati più importanti, si può mettere a rischio anche un accordo come quello con Ankara”.

Twitter: @GianniRosini