“Oltre un milione” di persone da rimpatriare da tutta Europa. Un vero e proprio esodo quello che la Commissione Europea ha previsto nel nuovo piano d’azione sull’immigrazione, che si basa su tre diktat: rimpatri più veloci per coloro che non hanno diritto alla protezione internazionale – i cosiddetti “migranti economici” – rafforzamento delle frontiere esterne all’Unione Europea e redistribuzione dei profughi.

Il ricollocamento, però, è ad oggi un fallimento, e lo dicono i numeri. Così il Commissario europeo per le Migrazioni, gli Affari Interni e la Cittadinanza, Dimitris Avramopoulos, promette sanzioni a chi non rispetterà gli accordi. Sul rafforzamento delle frontiere esterne, la detenzione degli irregolari e i rimpatri, poi, gli obiettivi dell’Europa sembrano di difficile attuazione a causa dei deboli accordi con gli Stati del Nord Africa e la situazione nei centri di accoglienza su tutte le sponde del Mediterraneo.

“Rimpatri più veloci ed efficaci”. Ma mancano sicurezza e accordi
Snellire i processi riguardanti le richieste d’asilo e aumentare la collaborazione tra servizi e istituzioni dei Paesi coinvolti. Sono queste le linee guida che, dice Avramopoulos, permetteranno di “rimpatriare chi non ha diritto di rimanere nell’Ue, nel pieno rispetto dei diritti fondamentali e del principio di non respingimento.[…] Sarà anche e soprattutto un segnale forte per scoraggiare i pericolosi viaggi della speranza”.

Secondo una stima della stessa Commissione, però, le persone da rimpatriare a livello europeo sono “oltre un milione”, tenendo conto che “il tasso di riconoscimento in prima istanza (del diritto di asilo, ndr) è al 57% nei primi tre trimestri del 2016”. Cifre comunque inferiori rispetto a quelle fornite dall’agenzia europea Frontex che parla di tassi tra il 60 e il 70%. Per rispettare questi obiettivi, nel documento della Commissione viene previsto anche uno stanziamento globale, nel 2017, da 200 milioni di euro a sostegno delle operazioni di rimpatrio dei Paesi dell’Unione.

Ma se l’aiuto dell’Ue può rappresentare un incentivo, la questione economica non sembra comunque l’ostacolo principale ai rimpatri. In alcuni casi mancano accordi tra l’Unione o i singoli Stati membri con i Paesi al confine esterno, soprattutto nel Nord Africa. Là dove questi accordi esistono, come quello recente con il governo libico di Fayez al-Sarraj, la situazione interna al Paese, dal quale sono arrivati nel 2016 l’82% degli immigrati sbarcati in Italia, non permette rimpatri che garantiscano la sicurezza dei migranti, elemento imprescindibile secondo le leggi internazionali.

Per questo motivo, il documento propone di “concludere rapidamente i negoziati relativi agli accordi di riammissione con Nigeria, Tunisia e Giordania, cercando di coinvolgere Marocco e Algeria” e di favorire le procedure per i rimpatri volontari assistiti. Proprio la Tunisia, con la quale l’Italia ha stretto un accordo di cooperazione, non sembra essere disposta a grandi concessioni: “La Tunisia è una democrazia molto giovane – ha spiegato il primo ministro Yūssef al-Shāhed durante la sua visita in Germania -. Non penso che (un accordo sul modello di quello con la Libia, ndr) funzionerà o che abbiamo la capacità di realizzare campi profughi qui”.

“Trattenere chi si oppone alla richiesta d’asilo”. Ma i centri italiani sono già al collasso
Stop anche agli irregolari che sfuggono al sistema di controllo e identificazione. “I tassi di rimpatrio devono essere migliorati – ha continuato Avramopoulos – gli Stati membri dovrebbero anche usare la possibilità di mettere i migranti in detenzione. Non vogliamo dire campi di concentramento. Vogliamo che quelli che non hanno diritto allo status di rifugiato siano rimpatriati. Ma nel frattempo devono stare da qualche parte in condizioni molto dignitose, in modo da evitare la loro fuga”. Per rendere questa idea possibile, il Commissario ha aggiunto che “Italia e Grecia avranno il nostro pieno sostegno e aiuto nel creare i centri di detenzione”.

Sostegno che dovrà essere ingente, almeno per quanto riguarda l’Italia: con i centri d’accoglienza ormai al collasso, nel nostro Paese sono sbarcati, nel solo 2016, 182mila migranti. Secondo i dati Frontex che ne individuano come irregolari circa il 60-70%, l’Italia avrebbe potuto detenere per un periodo massimo di 6 mesi, prolungabile a 18 per i “casi particolari”, tra le 109mila e le 127mila persone. Il tutto, dando per scontato che alla fine del termine massimo di tempo si sia riusciti a organizzare il rimpatrio per ognuno di loro.

Serve un controllo esterno alle frontiere, ma il pericolo sono i campi-lager
Un processo che i Paesi europei, Italia in testa, hanno già avviato è quello relativo agli accordi con i Paesi del Nord Africa per il controllo esterno delle frontiere europee e la lotta al traffico illegale di esseri umani, vista anche la penuria di uomini con la quale ha a che fare Frontex. Il Ministro dell’Interno Marco Minniti è già volato in Libia e in Tunisia, dove ha strappato l’ok dei governi maghrebini per una collaborazione con Roma sulla lotta ai trafficanti. In Libia, ad esempio, l’Italia finanzierà e addestrerà la Guardia Costiera locale che sta già operando davanti alle coste del Paese per intercettare, bloccare e riportare a terra i barconi della speranza.

Se il governo di Tunisi, già alle prese con circa 800 foreign fighters di ritorno dal conflitto siriano, ha però negato la volontà di creare centri d’accoglienza nel Paese, Tobruk sembra essere impossibilitata a garantire il pieno controllo dei flussi. I territori in mano al governo di al-Sarraj sono limitati, con gli scafisti che guardano sempre più alle rotte con partenza dai porti in mano alle milizie jihadiste o al generale Khalifa Haftar. L’idea era quella di aumentare la presenza e il controllo alla frontiera sud del Paese, andando così a rafforzare gli accordi che Italia e Ue hanno preso con alcuni Stati dell’Africa subsahariana, come Mali e Niger, ma quel territorio è da sempre in mano alle tribù locali che fanno affari con trafficanti e terroristi. L’altro problema, poi, è garantire ai migranti respinti nel Mediterraneo o rimpatriati un trattamento che non leda i diritti umani. Pericolo che si è concretizzato in Libia, dove i profughi, in particolar modo donne e bambini, sono nella maggior parte dei casi vittime di sevizie, torture, minacce e stupri.

Redistribuzione dei migranti in Europa, un fallimento. “Sanzioni per chi non rispetta direttive”
Avramopoulos cerca infine di riportare in vita uno dei primi accordi raggiunti e mai rispettati dai Paesi dell’Unione Europea, quello della redistribuzione dei migranti tra i vari Stati. L’accordo del settembre 2015, che seguiva e inglobava quello di maggio, prevedeva il ricollocamento di 160mila persone secondo parametri che tenessero conto di pil, popolazione, livello di disoccupazione e rifugiati già presenti sul territorio nazionale. A sei mesi dalla scadenza dei due anni previsti, 3.960 sono le persone redistribuite dall’Italia e 9.610 quelle dalla Grecia.

“Non ci sono più scuse – ha dichiarato Avramopoulos -. Se gli Stati membri non aumenteranno presto i rispettivi ricollocamenti, la Commissione non esiterà ad avvalersi dei poteri ad essa conferiti dai trattati”. Anche se, raddrizza il tiro, la procedura d’infrazione “potrebbe essere un’opzione, non siamo ancora a quel punto”. Procedura d’infrazione che, tra l’altro, può portare al massimo a una sanzione economica. Prezzo che i governi di molti Paesi dell’est e di altri che nel 2017 affronteranno le elezioni, come Francia, Germania e Paesi Bassi, pagherebbero volentieri pur di non far calare i propri consensi. Ultima dimostrazione, le politiche intraprese dall’ormai ex paladina delle porte aperte, la cancelliera Angela Merkel che, dopo l’avvio dei rimpatri per centinaia di immigrati afghani, è volata in Egitto e, il prossimo 3 marzo, in Tunisia per cercare di raggiungere anche nuovi accordi sui rimpatri.

Twitter: @GianniRosini