Inutile girarci attorno: tutto, anche l’immigrazione, ha a che fare con la questione del lavoro. Il surreale dibattito sul reddito di cittadinanza o lavoro di cittadinanza lo dimostra. Come è noto, le due cose non sono sovrapponibili: ‘lavoro di cittadinanza’ è una nozione polemica che si contrappone a ‘reddito di cittadinanza’ prospettando l’accettazione di un lavoro qualsivoglia, in linea con la riforma Hartz IV varata dal governo Schröder in Germania. Si tratta del modello che in Italia è stato proposto un po’ da tutti: M5s, Fassina, Berlusconi, e buon ultimo anche Renzi, che per ricevere l’illuminazione è dovuto andare nella Silicon Valley, cioè in un paese (la California) in cui invece il reddito di cittadinanza è una delle questioni più dibattute. E lì ha parlato col CEO di Tesla Elon Musk, che è a favore del reddito di cittadinanza. Che, per l’appunto, è l’idea di fornire un reddito di base, un basic income, a tutti.

Il lavoro di cittadinanza è subordinato alla disponibilità del soggetto ad accettare un qualche lavoro, il basic income no. Renzi non sembra ancora avere le idee molto chiare, ma come al solito le sue affermazioni derivano da un imponente apparato ideologico neoliberista (come diceva Baudelaire, il miglior trucco del diavolo è far credere di non esistere), da quale discende l’idea che dare un reddito incondizionato sarebbe una misura che spronerebbe al lassismo, tanto poi ci pensa papà-Stato (sul ‘ci pensa papà’, in queste ore che precedono l’interrogatorio di Tiziano Renzi per la vicenda Consip, le ironie si sprecherebbero).

Ma allora cosa sarebbe questo lavoro di cittadinanza? Renzi in un’intervista su Rai3 ha detto: “Io dico provaci, non ce la fai? Ti do una mano, ti faccio fare un corso di formazione”. Se avesse ascoltato Musk, questi gli avrebbe spiegato che occorrerebbe introdurre una tassa sull’automazione che ridistribuisse il plusvalore estratto dai robot ai cittadini. Perché il lavoro è profondamente cambiato. Oggi, nell’Occidente industrializzato, da un lato si affida il lavoro agli utenti finali gestiti attraverso piattaforme digitali, dall’altro si cerca di rendere sempre più flessibile il costo di quel che rimane del lavoro salariato ‘classico’: quando mi servi ti ‘assumo’, poi ti scarico ad libitum.

Voucher, contratti precari, licenziamenti più facili, tempo fintamente ‘indeterminato’ sono forme del lavoro contemporaneo, risultati di quella lotta di classe vinta dai ricchi sui poveri e che costringe questi ultimi a una vita di incertezze oltre che, spesso, di vera e propria indigenza. Eppure, invece di ‘sfruttare’ le macchine, e comunque invece di proporre forme di reddito universale sganciate dalle condizioni di base e dalla disponibilità ad accettare mini-jobs, l’idea più forte in circolazione è al contrario quella di spremere come limoni le persone, stritolandole con il precariato e con la progressiva riduzione di diritti e retribuzioni. In fondo il lavoro è cosa preziosa, occorre afferrarlo anche se ti pagano poco, anche se all’inizio non vieni neanche retribuito, anche se devi farti pipì addosso perché non hai la pausa per andare in bagno.

E nel frattempo i garantiti, i veri figli di papà (vedi sopra), ti devono fare la morale su quanto è duro il mondo e quanto è dissonante rispetto a quello che ti ha detto mammà, e su quanto sia necessario rimboccarsi le maniche perché è un mondo difficile (felicità a momenti, e futuro incerto). E invece un programma che possa dirsi di sinistra dovrebbe partire da quel verso di Rino Gaetano: “Mio fratello è figlio unico perché è convinto che esistono ancora gli sfruttati malpagati e frustrati”. Sfruttati come quei richiedenti asilo che, secondo il piano Minniti, verranno ‘utilizzati’ nei lavori socialmente utili o coinvolti in stage con le aziende. Tutto segna un balzo paradossale all’indietro, a quando le sinistre proponevano di scrivere in Costituzione “L’Italia è una Repubblica democratica di lavoratori”, in analogia con la Costituzione sovietica del 1936, e così legando la cittadinanza al lavoro. In fondo, Togliatti proponeva che solo “Chi è senza lavoro senza sua colpa” potesse essere aiutato dallo Stato.

La proposta del lavoro di cittadinanza, come il piano Minniti, sono la versione teratomorfa di quelle idee ottocentesche o sovietiche perché pensano che solo il lavoratore sia cittadino. Con l’aggravante che si tratta di un lavoratore non pleno iure: e se un lavoratore non è pleno iure (perché è sfruttato e/o perché è straniero), è un cittadino di serie B.