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Errore nostro! Escludere Russia e Israele dai premi della Biennale non è censura

NON C’È DI CHE - Abbiamo confuso tre piani distinti
Errore nostro! Escludere Russia e Israele dai premi della Biennale non è censura
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Chi non fa, non falla, dice il proverbio. Anche nei giornali sono frequenti gli errori, ma basta correggersi e amici come prima.

CORREZIONE. Venerdì scorso abbiamo definito “censura” la decisione della giuria della Biennale di Venezia di escludere dai premi Russia e Israele poiché i loro governi sono sotto processo davanti alla Corte penale internazionale per crimini contro l’umanità. Così però abbiamo impostato la questione nei termini semplicistici della contrapposizione tra libertà dell’arte e censura politica (lo ha fatto anche Zaia l’altro ieri). In realtà la Biennale non è mai stata uno spazio neutrale, né potrebbe esserlo. Non funziona secondo il modello ingenuo di un’arena artistica universale, “zona franca rispetto ai conflitti” (Buttafuoco) o “ponte fra opposte sponde” (Cacciari).

La Biennale è, strutturalmente, un dispositivo di rappresentazione internazionale degli Stati, nel quale la cultura opera anche come linguaggio di legittimazione simbolica. La logica è quella dell’auto-promozione nazionale: gli Stati sono attori costitutivi del sistema espositivo, la selezione degli artisti passa attraverso strutture statali o para-statali.

Con l’accusa di “censura” abbiamo confuso tre piani distinti: la produzione artistica individuale, la rappresentazione statale e l’attribuzione di riconoscimento simbolico internazionale (premi e visibilità producono legittimazione politica oltre che culturale). Nel caso specifico si trattava di decidere sul riconoscimento istituzionale attribuito a Stati che sono oggetto di procedimenti internazionali: definire ciò “censura” significa svuotare il concetto di ogni senso analitico. L’idea di un’arte pura, separata dai rapporti di potere, non descrive il funzionamento reale delle istituzioni culturali. Le esposizioni internazionali sono da sempre strumenti di diplomazia culturale, spazi di soft power, apparati di costruzione della reputazione internazionale.

E’ un sofisma sostenere che gli artisti della Biennale non coincidono con il loro Stato e dunque non devono essere “censurati”: la loro selezione avviene entro cornici statali (nei padiglioni di Russia e Israele non c’erano artisti dissidenti) e la rappresentazione finale viene attribuita allo Stato. Il significato pubblico delle opere è quindi inevitabilmente politicizzato. L’ha confermato il ministro Giuli commentando il pasticciaccio brutto di Ca’ Giustinian: “La politica estera spetta al governo e al Parlamento”. La presenza di uno Stato alla Biennale implica una forma di riconoscimento della sua normalità politica, ovvero una sospensione del giudizio sulle sue azioni internazionali.

Non è neutrale decidere di includere o escludere uno Stato; o di includerli tutti indistintamente (questa la scelta, politica, di Buttafuoco). Non è neutrale neppure la scelta degli artisti: avremmo dovuto ricordare che il commissario del padiglione russo è Anastasia Karneeva, figlia del vicedirettore generale di Rostec, colosso dell’industria militare russa; che Karneeva gestisce il padiglione attraverso Smart Art, società fondata con Ekaterina Vinokurova, figlia del ministro degli Esteri Sergej Lavrov; che gli artisti russi vengono selezionati dall’Fsb; che il padiglione di Israele è finanziato dal ministero della Cultura israeliano; e che l’artista israeliano, Belu-Simion Fainaru, si è dichiarato contrario ai boicottaggi culturali (è la posizione ufficiale, interessata, dello Stato di Israele; la coincidenza è significativa).

Se uno Stato è sotto processo per violazione del diritto internazionale (Russia) o per genocidio (Israele), escluderlo da rassegne internazionali o non assegnargli un premio non è censura: è consapevolezza del carattere politico della cultura.

Abbiamo sbagliato anche a fare di ogni erba un fascio: se è da cretini bloccare Paolo Nori che parla di Dostoevskij, non lo è invece boicottare propagandisti di regime come Gergiev e Gal Gadot: la propaganda non è un ponte fra culture. La controversia, insomma, non riguarda la libertà artistica: riguarda la legittimità della partecipazione alla Biennale di Russia e Israele e i criteri con cui la Biennale esercita la propria autonomia. Infine, il fatto che governo italiano e Unione Europea si siano lamentati soltanto del padiglione russo, ma non di quello israeliano (doppio standard), non dimostra che allora si debba includere chiunque, come abbiamo erroneamente implicato: dal 1970 al 1992 il Sudafrica dell’apartheid fu giustamente escluso dalla Biennale.

Ci scusiamo per la confusione generata dai nostri errori.

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