“Chiunque determina altri al suicidio o rafforza l’altrui proposito di suicidio, ovvero ne agevola in qualsiasi modo l’esecuzione, è punito, se il suicidio avviene, con la reclusione da cinque a dodici anni”. Così recita l’articolo 580 del codice penale italiano, con pene severissime che adesso potrebbero coinvolgere Marco Cappato. È quanto potrebbe costare al politico radicale e tesoriere dell’associazione “Luca Coscioni”, la scelta di accompagnare Fabiano Antoniani in Svizzera, per porre fine a una vita che non era più tale da quanto, nel giugno 2014, Dj Fabo era rimasto cieco e paralizzato dopo un incidente stradale.

Eppure sembra che i dodici anni di prigione siano l’ultima delle preoccupazioni di Cappato, forse l’esponente politico che più ha fatto per stimolare un dibattito parlamentare serio e trasversale sul fine vita, anche ultimamente grazie alla campagna Eutanasia Legale, un progetto di legge popolare che ha già ottenuto più di 110mila firme di cittadini italiani.

È una battaglia che viene da lontano, quella del radicale candidato nel 2016 alla carica di sindaco di Milano, sin dai giorni convulsi della vicenda di Luca Coscioni, il ricercatore affetto da SLA che aveva personalmente condotto una appassionata lotta per la libertà di cura nel nostro Paese. Ecco cosa l’allora segretario dell’Associazione Coscioni aveva detto al momento della morte del “Maratoneta”: “Per come ha vissuto, per i periodi neri dai quali a volte abbiamo temuto non riuscisse a riprendersi, per il leader che è sempre stato, lo voglio ricordare innanzitutto per come è stato cacciato, espulso, dai vertici della politica ufficiale del nostro Paese”. Allora si trattava di ricerca scientifica e libertà di cura, di una battaglia per la vita e per il progresso, non per l’eutanasia legale. E negli anni successivi l’impegno di Cappato si è fatto ancora più appassionato, grazie anche al caso di Piergiorgio Welby, malato di distrofia muscolare in forma progressiva, che chiedeva a gran voce di andarsene, arrivando anche a scrivere una lettera al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Dopo la morte di Welby il 20 dicembre 2006, Cappato si era mostrato ottimista sul futuro della lotta per la fine dell’accanimento terapeutico e per l’eutanasia legale: “Welby ha ottenuto un passo avanti nella progressiva affermazione della certezza del diritto, un diritto che da tutti o quasi gli veniva riconosciuto sulla carta, ma che nella pratica invece gli veniva negato”.

Nel dicembre 2016, a dieci anni dalla morte di Welby, Cappato ha tirato le somme degli ultimi dieci anni di battaglia: “Non le leggi italiane, che condannano al carcere l’omicida del consenziente, senza fare eccezione per i malati terminali che vogliono interrompere la loro sofferenza. Ma il Paese non è lo stesso. Attorno a Welby, una vicenda personale si trasformò in un’occasione per l’opinione pubblica di prendere coscienza di se stessa, di come il buon senso fatto di rispetto e compassione al capezzale di una persona amata – quando ci si preoccupa innanzitutto che quella persona possa soffrire il meno possibile – non vada relegato a fatto clandestino e nascosto, ma possa e debba essere affrontato senza paura, alla luce del sole”.

Eppure, poco tempo dopo Welby, un altro caso aveva fatto esplodere il dibattito pubblico sul fine vita, raggiungendo livelli di bassezze politiche purtroppo indimenticabili. Era il caso di Eluana Englaro, la ragazza costretta in stato vegetativo per diciassette anni, prima che la battaglia di Cappato, dei Radicali, dell’Associazione Coscioni e soprattutto del padre Beppino, le permettesse di morire. In giorni carichi di veleni e dichiarazioni assurde di politici di primo piano (Berlusconi aveva parlato di “capacità di procreare”, riferendosi a una persona in stato vegetativo da 17 anni), Cappato era intervenuto sottolineando le distorsioni mediatiche attorno a una disputa ideologica che stava ignorando deliberatamente l’interesse ultimo di Eluana: “Approfittando del silenzio stampa di Beppino Englaro e dell’omertà delle massime cariche istituzionali, il teppismo mediatico si intensifica. Da Porta a Porta ai telegiornali del disservizio pubblico e privato, con logiche da “branco” che si accanisce su un corpo inerme, è in atto un vero e proprio linciaggio a base di suore a reti unificate che avevano miracolosamente sentito parlare Eluana, di altre suore che affidano al video degli appelli ad Eluana (come si fa quando una persona viene rapita dai banditi), che la tranquillizzano perché il Padre (il Padre vero, quello di Ratzinger e Lefebvre, non il piccolo padre di questa terra) l’accoglierà – lui sì! – tra le sue braccia. Mentre la Commissione di vigilanza Rai sarà finalmente impegnata a spartire poltrone e marchette bipartisan, il Governo Berlusconi cerca la soluzione eversiva per ricominciare il sequestro del corpo di Eluana, riportarlo in trionfo al Vaticano e celebrare un altro “miracolo” del regime antidemocratico italiano. Ad opporsi davvero, finora, ci sono solo i Radicali e la maggioranza degli italiani che si ostinano a stare dalla parte di Englaro come di Welby”. E proprio in merito ai progetti di legge messi in campo frettolosamente dal governo Berlusocni per evitare il rispetto della volontà di Eluana e della sua famiglia, Cappato aveva addirittura denunciato il ministro Sacconi: “Se mai l’Italia fosse una democrazia e uno di Stato di diritto, si dovrebbe immediatamente celebrare un processo per perseguire il ricatto eversivo messo in atto dal ministro Sacconi”.

La vicenda di Fabiano Antoniani, morto in Svizzera alle 11.40 di lunedì 27 febbraio, è invece cronaca di queste ore. “Fabo è morto alle 11.40. Ha scelto di andarsene rispettando le regole di un Paese che non è il suo”. Così ha twittato cinque minuti dopo Cappato sul suo profilo Twitter. E adesso, anche se all’esponente radicale continua a non interessare nulla, probabilmente dovrà anche affrontare le conseguenze penali della sua scelta. Tutto in nome della battaglia da condurre, in pieno stile radicale.