Nessuno sconto all’Italia rispetto alla manovra correttiva da 3,4 miliardi chiesta all’Italia da Bruxelles il 17 gennaio. Il ritocco all’insù del dato sul pil 2016, arrivato martedì dall’Istat non comporta affatto una riduzione della richiesta della Commissione, come ventilato nei giorni scorsi. A farlo sapere sono state fonti Ue, che hanno ricordato come la correzione dello 0,2% serva “a portare l’Italia all’interno del margine tollerato di deviazione dallo sforzo strutturale raccomandato dal Consiglio per il 2017″. La conseguenza politica è chiara: il governo Gentiloni non ha alcun margine per ottenere una limatura dei 3,4 miliardi da trovare attraverso tagli di spesa o aumenti delle entrate.

La spiegazione, invece, è complessa e squisitamente tecnica: il rapporto deficit/pil rilevante per l’esecutivo europeo prende in considerazione il disavanzo strutturale, cioè quello al netto degli effetti del ciclo economico e delle misure una tantum, e il prodotto interno lordo potenziale, vale a dire quello che potremmo mettere a segno usando fino in fondo tutti i fattori produttivi a disposizione. Da tempo il Tesoro italiano contesta la metodologia di calcolo utilizzata dalla Commissione per stimare la nostra crescita potenziale, sostenendo che sia più alta di quanto dice Bruxelles. Tesi corroborata dal fatto che anche le stime dell’Ocse e del Fondo monetario internazionale sono più generose. Quel che è sicuro è che in base ai calcoli europei l’Italia risulta avere un saldo strutturale (differenza tra entrate e uscite) negativo, da correggere, appunto, con una manovra restrittiva da 3,4 miliardi.

La revisione al rialzo di due decimali (da +0,7 a +0,9%) della crescita del pil 2016, dunque, cambia poco: un pil più alto riduce, è vero, il deficit/pil nominale, ma non tocca il saldo strutturale. Dunque lo “sforzo strutturale” chiesto nella missiva firmata dal vicepresidente della Commissione Valdis Dombrovskis e dal commissario agli Affari economici Pierre Moscovici rimane invariato. E il tempo per mettere in campo i primi provvedimenti stringe, considerato che Bruxelles vuole vedere qualche mossa concreta prima della pubblicazione del rapporto sul debito atteso per il 22 febbraio. Uno dei tasselli fondamentali della manovra dovrebbe essere, negli auspici del ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan, l’estensione dello split payment Iva, meccanismo che consiste nel far versare all’Erario l’imposta sulle forniture alle pubbliche amministrazioni direttamente dall’ente che ha acquistato il prodotto o il servizio, senza farla passare per le casse dei privati. Padoan ha chiesto alla Ue di poter prorogare questo regime fino al 2020 ed estenderlo a nuovi settori, nonostante le proteste delle aziende che lo considerano un escamotage dello Stato per far cassa, una trattenuta forzosa ai danni delle imprese usate “come un bancomat”.

Trattandosi di una deroga al regime Iva tradizionale, questo richiede però il via libera del Consiglio Ecofin su proposta della Commissione. L’Italia è l’unico Paese a Ue ad applicare lo split payment, ma Palazzo Chigi e via XX Settembre sperano in un via libera alla luce del fatto che in Italia il differenziale tra l’Iva realmente incassata dallo Stato e quella prevista è stato nel 2015 di circa 37 miliardi di euro. In termini percentuali hanno fatto peggio solo Romania (37,8%), Lituania (36,8%), Malta (35,3%) e Grecia (27,9%).