“Io non sono alle prime armi… anche se il mio ambiente è molto cheap”. No, non è un giovane studente universitario di quelli che non sanno più scrivere in italiano, ma l’intervistatrice di Palombella rossa, quella che con espressioni stereotipate e luoghi comuni scatena la furia di Michele Apicella dando vita a una delle più famose scene della filmografia morettiana.

Non è, ma potrebbe essere, a leggere l’appello promosso dal Gruppo di Firenze per la scuola del merito e della responsabilità e sottoscritto da 600 professori universitari. L’appello denuncia l’incapacità degli studenti di scrivere correttamente in italiano: “È chiaro ormai da molti anni che alla fine del percorso scolastico troppi ragazzi scrivono male in italiano, leggono poco e faticano a esprimersi oralmente”. Sarà, eppure all’università, come nella scuola, si boccia sempre meno. Si dirà: “E che vuol dire? Non è certo con le bocciature che s’insegna a scrivere e parlare correttamente”. Forse no, ma aver trasformato l’università in un esamificio e aver proposto di abolire (o restringere) la bocciatura nella scuola primaria e alle medie non aiuta. Del resto si sa, i ripetenti sono costosi per lo Stato e per le famiglie, e pure i fuori corso, che non potendo più essere ricompresi nel novero degli studenti iscritti non sono più ‘spendibili’ dagli atenei per far pesare il numero degli iscritti: meglio liberarsene facendoli laureare in fretta.

Ma non è solo questo: è che l’istruzione ha completamente introiettato quelle logiche aziendalistiche che delle belle lettere si fanno beffe considerandole roba da molli perdigiorno, sibariti dediti al lusso e all’ozio. Alternanza scuola-lavoro, percorsi professionalizzanti, insegnamento del made in Italy (sic), le tre ‘i’ (italiano? Ma no: inglese, Internet, impresa), 3+2, sono solo alcuni dei regalini che i governi di ogni colore hanno fatto alla scuola e all’università, mentre dall’altro lato si tagliavano i fondi (e le gambe) proprio alle discipline umanistiche. Occorre produrre lavoratori, carne da cannone e che rompa poco le scatole, che non ‘faccia filosofia’ e che sia ben disciplinata per meglio eseguire senza troppe recriminazioni.

In fondo, il progetto è del tutto coerente con quell’orientamento, anche’esso trasversale, che ha trasformato il lavoro in un costo variabile dell’impresa, desindacalizzato, debole e scarsamente istruito. Si può dire che, in questo, lo stesso mondo dell’istruzione sia innocente? Nient’affatto. L’università si regge sulla debolezza contrattuale dei suoi giovani, e non importa se siano bravi a scrivere in italiano, conta che sappiano attrarre quattrini (dall’impresa e dall’Europa), e i quattrini non li attrae la filosofia; assieme all’università, il mondo della scuola si è bevuto in gran parte la retorica dell’inutilità delle discipline umanistiche. Cercare di recuperare gli studenti all’uso corretto della lingua italiana? Sì, va bene, ma se non si mette mano al modello dell’istruzione, se non si torna a pensare alla scuola e all’università come luoghi di formazione della cittadinanza libera e non di produzione di manodopera fungibile, allora avremo ancora e solo futuri soldatini abili al lavoro ma non al pensiero critico. Il quale, certo, passa anche dalla buona conoscenza della lingua, ma non solo.

Sapere l’italiano non deve servire solo a essere migliori professionisti di domani, ma innanzi tutto a essere buoni cittadini, e non si è buoni cittadini senza la filosofia, la storia, la geografia, la letteratura, le arti. Occorre farla finita con l’ideologia celodurista dell’istruzione secondo cui, come scriveva ustorio Terry Eagleton ormai qualche anno fa, “i veri uomini studiano legge e ingegneria, mentre idee e valori sono per le femminucce”. Altrimenti scuola e università continueranno a essere i templi in cui si consacra lo status quo, sia pure in un bell’italiano. Che poi, a dirla tutta, la scarsa conoscenza della lingua non è solo un problema degli studenti: in un bell’articolo sul Sole24Ore Claudio Giunta ricorda la ‘forbita lingua di pattumiera’ (Fruttero&Lucentini) usata da scrittori, giornalisti, professori universitari, maestri di scuola, attori. Calvino la ridicolizzò incarnandola nel brigadiere che trascrive le dichiarazioni di un interrogato che parla di ‘fiaschi di vino’ e li trasforma in ‘prodotti vinicoli’. Un po’ come quelli che dicono, invece di ‘andare’, ‘recarsi’, oppure invece di ‘scrivere un sms’, ‘redigere’. (Quest’ultima l’ho presa tra i commenti dei firmatari dell’appello!)