“Noi siamo tranquilli. Il quesito non è manipolativo, è omogeneo e ha una “matrice razionalmente unitaria”, come richiesto dalla Consulta: l’obiettivo è ripristinare le tutele dell’articolo 18 allargandone l’applicazione, è vero, ma applicando una soglia (quella dei cinque dipendenti) che era già prevista dallo Statuto dei lavoratori per le imprese agricole”. Così Lorenzo Fassina, responsabile dell’Ufficio giuridico della Cgil, difende dai rilievi dell’Avvocatura dello Stato la formulazione del quesito referendario che punta ad abrogare le modifiche apportate dal Jobs Act, reintroducendo il diritto alla reintegrazione nel posto di lavoro per chi viene licenziato in modo illegittimo.

Gli avvocati dello Stato, nella memoria presentata Palazzo Chigi, scrivono che il quesito è inammissibile perché ha “carattere surretiziamente propositivo”: non si limita a abrogare il Jobs Act nella parte sul licenziamento illegittimo ma “di fatto la sostituisce con un’altra disciplina diversa ed estranea al contesto normativo di riferimento”.
Qualsiasi referendum modifica la normativa esistente e fa emergere un nuovo contenuto legislativo. E la giurisprudenza della Corte costituzionale, per esempio in materia elettorale, ha in più casi dichiarato ammissibili quesiti in parte propositivi. Ichino e Cazzola possono dire quello che vogliono ma sarà la Corte a decidere, e a nostro giudizio il quesito non può essere giudicato né duplice né manipolativo.

Per essere sicuri di ottenere il via libera della Consulta non sarebbe stato meglio presentare due quesiti separati, uno sul Jobs Act e uno sulla modifica di alcune parti dell’articolo 18 post Fornero?
Assolutamente no, proprio perché da questo quesito unitario emerge un quadro normativo che risponde alle nostre aspettative: una disciplina basata sulla sanzione della reintegrazione per i licenziamenti illegittimi in tutti i casi in cui l’impresa ha più di cinque dipendenti. Quindi c’è una “matrice unitaria”, come richiesto dalla sentenza n.16 del 1978 della Corte costituzionale perché il referendum sia strumento di genuina manifestazione della sovranità popolare.

Una disciplina, però, diversa da quella in vigore prima del Jobs Act (2015) e della riforma Fornero (2014). Per l’Avvocatura avete applicato “tecniche di ritaglio” per “costruire nuove disposizioni” e la giurisprudenza della Corte non lo ammette.
L’operazione di taglio della norma è del tutto legittima: agisce soprattutto sul comma 8 dell’articolo 18, da cui vengono espunte delle frasi per dare risalto alla soglia dei 5 dipendenti rispetto a quella di 15. Il fatto che prima la soglia di 5 valesse solo per le imprese agricole è un argomento che non prova nulla, conta il fatto che comunque all’interno del comma la possibilità di estenderlo esisteva. D’altra parte nella stessa sentenza 41 del 2003 su un referendum in materia di licenziamenti la Corte dichiarò ammissibile un quesito che prevedeva l’abrogazione in toto della soglia: fu ritenuto omogeneo e chiaro negli effetti. E lì il relatore era Zagrebelsky, non uno qualunque.

Per quanto riguarda i voucher, come rispondete al rilievo secondo cui abolendoli si aprirebbe un vuoto normativo perché non ci sarebbero gli strumenti per regolamentare le prestazioni di lavoro davvero occasionali?
Tempo fa una sentenza della Corte ha detto che non si può abolire in toto una disciplina se è necessitata dalla Costituzione o dall’ordinamento comunitario. I voucher fanno parte di una tipologia di utilizzo del lavoro subordinato che non ha agganci né dal punto di vista delle norme costituzionali né dell’ordinamento Ue. Per cui il fatto che si crei un vuoto normativo non comporta nessun danno. Non abbiamo necessità di lasciare in piedi una disciplina ad hoc per questa tipologia di attività.

La Spi Cgil di Bologna ha ammesso che usa i voucher per retribuire alcuni pensionati che lavorano nei suoi uffici per poche ore: i responsabili hanno spiegato che “con la legislazione attuale è l’unico modo per evitare pagamenti in nero”.
Non ne ero a conoscenza. Se è vero mi sorprende e sono ovviamente in disaccordo. Comunque questo non toglie forza alle richieste referendarie: i voucher sono una porcheria.