“Così lontani da Dio, così vicini agli Stati Uniti”. Chissà quante volte la frase del presidente messicano Porfirio Diaz ha attraversato la mente di Fidel Castro. Cuba dista appena un centinaio di chilometri dalla Florida e durante la dittatura di Fulgencio Batista l’isola caraibica è stata il giardino di casa degli Stati Uniti o, volendo essere più crudi, una semi colonia.

Castro conquista il potere nel 1959, dopo una guerra civile. Inizialmente Castro non è socialista è piuttosto un riformatore radicale. La sua rivoluzione si autodefinisce “umanista”, la figura di richiamo non è Marx, non è Lenin, ma Josè Marti l’uomo che lottò alla fine dell’Ottocento per l’indipendenza di Cuba dalla Spagna. L’ascendente di Castro sulla popolazione, e soprattutto sui contadini, è mosso dal progetto di riforma agraria e da un forte anelito antimperialista e antistatunitense.

L’embargo economico statunitense non è attuato immediatamente, ma nel 1960 quando Castro avvia la riforma agraria. Subito dopo la presa del potere, nel 1959, il nuovo governo cubano aveva nazionalizzato le raffinerie, espropriandole alle compagnie statunitensi. Da questo momento si succede una catena di eventi che porta Cuba al centro dell’attenzione mondiale, luogo di tensione di una guerra fredda che gli Usa non pensavano di dovere affrontare alle porte di casa.

Nell’aprile del 1961 Cuba si proclama socialista. Gli Stati Uniti – segnatamente la Cia – rispondono organizzando un esercito di mercenari ed esuli cubani per abbattere Castro, ma saranno i loro uomini a subire la sconfitta nella Baia dei Porci. Poi, nel 1962, il punto più alto della guerra fredda – proprio a causa di Cuba – quando gli Stati Uniti scoprono che l’Urss sta dotando l’isola di missili nucleari. A un passo dalla Terza guerra mondiale, Kruscev e Kennedy raggiungono un compromesso: via i missili da Cuba, in cambio della rinuncia statunitense a rovesciare Fidel Castro che non assiste in silenzio e accusa il leader sovietico di tradimento.

La stabilizzazione del regime cubano, la sua capacità di resistere agli Usa, desta sentimenti di simpatia in Europa e prove di emulazione rivoluzionaria in diverse parti dell’America Latina, focolai di guerriglia che Castro sollecita con una propaganda neo bolivarista e con il sostegno militare, esperienza che però termina tragicamente nel 1967, in Bolivia, con la morte di Ernesto “Che” Guevara. Un’altra spedizione militare, a sostegno di un moto rivoluzionario, avviene tra il 1975 e il 1976 in Angola. Castro la giustifica anche in nome della natura afrolatina dei cubani.

Non vi è dubbio che il seguito popolare raggiunto da Castro sia stato inizialmente largo. Il suo prestigio ha consentito al regime una longevità tale da sopravvivere alla fine del blocco sovietico. Una ragione è legata all’immagine che la figura di Castro ha continuato a trasmettere ai suoi connazionali. Castro è il combattente (nelle sue apparizioni pubbliche è quasi sempre in divisa) e, soprattutto, è il liberatore. Il tempo ha offuscato, ma non cancellato completamente questi aspetti. Una seconda ragione di questa lunga durata va ricercata nella natura oppressiva del sistema cubano, meno sanguinario di altri regimi, ma persecutore dei dissidenti, causa anche dei milioni di rifugiati nella vicina Florida, con flussi in aumento dopo il 1980 quando il governo cubano rimuove il blocco all’emigrazione.

Cuba vive i momenti peggiori dopo il 1989, quando il crollo dell’Europa dell’Est la priva dell’80% dei suoi scambi commerciali mentre l’embargo statunitense viene tolto solo nel 2014 dal presidente Barak Obama. Castro ideologicamente si chiude in sé stesso, non abiura il socialismo, anzi critica Mikhail Gorbacev ritenendo sbagliate le sue aperture. L’economia cubana sopravvive con il turismo, con le autorità che chiudono un occhio sui piccoli commerci degli abitanti con i turisti.

All’inizio del nuovo millennio la lenta ripresa economica e l’annuncio, nel 2006, della malattia di Castro che ha reso, quello che una volta era il Líder Máximo, un comandante invisibile. Restano le opere del governo castrista: decorosi progetti edilizi, un buon sistema scolastico (non esiste la piaga dei ragazzi di strada che si trova nel resto del Continente), un sistema sanitario ritenuto il migliore del Sud America. Gli abitanti di Cuba hanno avuto la speranza di vita più alta del continente, peculiarità che permane nei nostri giorni.

Nel rapporto del 2014 Cuba è ancora prima, con 78 anni di speranza di vita, assieme ad Argentina, Cile e Costarica. La grande sfida, che si profila ai successori dei fratelli Castro, è conciliare i benefici dello Stato sociale con le garanzie di libertà. Negli Stati occidentali ha preso corpo l’idea che la libertà passa attraverso lo smantellamento delle garanzie sociali e la creazione di crescenti divari di ricchezza. Chissà, se nel defluire dal castrismo, Cuba non persegua un’altra sua rivoluzione.