L’Italia è destinataria di 31 miliardi di fondi europei che, però, al momento sono bloccati. Il motivo? I ritardi di governo e regioni, che non hanno ancora nominato le autorità preposte a gestione, certificazione e controllo dei progetti. Inadempienze che possono costarci il disimpegno automatico dei fondi. Una situazione che, per fonti da Bruxelles citate dalle agenzie, delinea “una delle situazioni peggiori della Ue“. Ma il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Claudio De Vincenti rassicura e rilancia accusando la burocrazia dell’Unione. “Tutto sta procedendo regolarmente – dice – e i fondi europei a disposizione dell’Italia per la programmazione 2014-2020 non corrono alcun rischio. Quel che c’è di vero – aggiunge – è che un barocco iter burocratico di Bruxelles rallenta la procedura di accreditamento delle autorità già nominate, non solo di quelle italiane ma di tutti i Paesi europei“.

Di fatto, al momento, tutto è fermo per l’Italia, seconda beneficiaria dei rimborsi tra i 28 Paesi. Trentuno miliardi destinati al Fondo europeo di sviluppo regionale (Fesr) e al Fondo sociale europeo (Fes), che cofinanziano 30 progetti – e non enti, più volte finiti del mirino della Corte dei Conti a causa di sprechi e spese – e sono finalizzati a crescita e competitività, dalle infrastrutture alla diffusione dei servizi digitali.

Soldi che al momento restano bloccati, perché – secondo quanto emerso da stampa e agenzie – governo e regioni non hanno ancora completato la procedura di designazione delle autorità di gestione, certificazione e controllo dei progetti – approvati un anno e mezzo fa – a cui dovrebbero essere destinate le risorse. E così, spiega una fonte comunitaria citata dalle agenzie di stampa, “non possono essere inviate richieste di rimborso alla Commissione“. Ma anche sul punto delle autorità De Vincenti rassicura: “Le autorità di gestione, controllo e certificazione sono tutte già state nominate, stanno lavorando e i programmi stanno procedendo”. E sottolineando come altri Paesi europei si trovino nella stessa condizione, prosegue: “Il lavoro procede e siamo certi, come testimoniato dallo straordinario recupero compiuto da questo governo sui fondi 2007-2013, che l’avvio di questa programmazione raggiungerà gli obiettivi annuali che ci siamo prefissati”.

Quindi, niente soldi dalla Ue almeno fino a quando non si sbloccherà la situazione a livello regionale e ministeriale. E questo nonostante il nostro sia il secondo Paese dei 28 che riceve la quantità di fondi più rilevante. Tra i casi  più virtuosi c’è la Polonia, primo beneficiario tra i 28 con oltre 70 miliardi, che ha portato a termine 20 programmi su 21. E già prima dell’estate la Commissione europea aveva scritto all’Italia per sollecitare l’accelerazione delle procedure, anche perché nel 2018 ci sarà la prima verifica.

A ostacolare il via libera ai 31 miliardi c’è anche il cambio della procedura di convalida della designazione delle autorità: nello scorso periodo di programmazione 2007-2013 veniva condotta dalla Commissione Ue, mentre per quello 2014-2020, con le nuove regole, spetta allo Stato membro. L’idea di fondo di questo passaggio era quella di semplificare, ma nel caso dell’Italia ha bloccato il flusso di denaro da Bruxelles all’Italia. Tra gli scogli principali, e comune a tutti, c’è il sistema informatico, vero braccio operativo per la gestione dei programmi: “se l’ottimale sarebbe stato crearne uno da replicare” – spiegano fonti da Bruxelles – “in Italia si procede invece in ordine sparso, e in assenza di un orizzonte temporale preciso”. Oltre alla procedura di designazione, un altro punto dolente sono le cosiddette ‘condizioni ex ante’. Sono ancora 133 quelle aperte. Anche queste costituiscono un elemento imprescindibile per il via libera ai rimborsi. Le condizionalità principali sono ad esempio le trasposizioni delle leggi europee nella normativa nazionale, le strategie, i piani di sviluppo per il settore in cui si intende fare l’intervento. Al Messaggero il ministero dell’Economia ammette i rallentamenti, ma assicura che “entro l’anno saranno completate le designazioni delle autorità di gestione, certificazione e controllo”.

Il ritardo dell’Italia emerge nel corso della Settimana delle città e delle regioni Ue a Bruxelles, dove il commissario europeo alle Politiche regionali Corina Cretu ha ricordato anche i “molti miliardi delle politiche di coesione Ue che negli anni “sono stati assegnati all’Italia del sud”. Al momento, però, ha proseguito, “non ne vediamo i risultati” e occorre “un rafforzamento della capacità amministrativa“. Durante il dibattito, organizzato dal Comitato europeo delle Regioni e dalla Commissione Ue, Cretu ha poi sottolineato “il divario nello sviluppo tra il nord e il sud Italia”, citando in particolare “Campania, Sicilia e Calabria” e auspicando che queste regioni “traggano esperienza dal passato”.