E’ necessario e urgente risottoporre all’impero del diritto una vasta area di rapporti internazionali tuttora a esso praticamente sottratta. Mi riferisco al tema del debito e in particolare di quello estero, un pesante fardello che grava sulle generazioni presenti e future in un numero crescente di Stati, oramai non più solamente “in via di sviluppo”.

Invero, il fenomeno dell’indebitamento crescente degli Stati nei confronti dei centri di potere finanziario privato, le cui origini possono essere collocate all’inizio degli anni Settanta del XX secolo, riguarda oramai anche vari Stati cosiddetti economicamente avanzati, fra i quali il nostro, e ha assunto nuove esplosive valenze nel quadro della crescita apparentemente inarrestabile della globalizzazione finanziaria.

Secondo i dati forniti dalla Banca d’Italia il debito pubblico italiano era pari, nel giugno 2016, a ben 2.249 miliardi di euro. Un problema particolarmente acuto è rappresentato, in questo contesto, dai cosiddetti derivati. Come rivelano Paolo Raimondi e Mario Lettieri nel loro libro Il casinò della finanza globale (2015): “Negli anni passati i governi italiani hanno sottoscritto con 17 banche internazionali e 2 banche italiane vari tipi di derivati finanziari che, a dicembre 2014, avevano un valore nozionale di 163 miliardi di euro. Oggi essi hanno una valutazione di mercato (mark to market) negativa per oltre 42 miliardi. Questa è la somma che si dovrebbe sborsare se dovessero essere conclusi adesso. Non lo si deve fare subito. Ma ciò dimostra la pericolosità dei derivati e l’irresponsabilità di chi li ha negoziati”. L’impressione che se ne ricava è quella di essere stati messi a propria insaputa su di un veicolo che viaggia a velocità folle verso una destinazione sconosciuta e che probabilmente si andrà a schiantare su qualche muro o precipiterà in qualche burrone.

Ma il problema non riguarda ovviamente solo l’Italia, ed è di carattere globale. In particolare, i dati relativi al rapporto tra debito pubblico e prodotto interno lordo evidenziano una salita senza precedenti, in buona parte dovuta alle spese sostenute per salvare il sistema finanziario dopo la crisi del 2008. Spese estremamente ingenti ma che rischiano di risultare inutili, data la mancanza di riforme significative nel settore finanziario.

La tendenza va esattamente nel senso opposto. Come scrive su Repubblica, affari e finanza del 26 settembre 2016, Eugenio Occorsio, sta aumentando a dismisura il potere incontrollato delle grandi banche e società finanziarie, i cui nomi oramai ben conosciamo: Goldman Sachs, JP Morgan, Morgan Stanley, ecc., ma anche Deutsche Bank, Barclays, Paribas, ecc. Né sono stati intrapresi tentativi seri per limitarlo.

Al contrario “il Dodd-Frank Act del 2010 di fatto non ne ha minato la forza. Né è cessata la cattiva abitudine delle ‘porte girevoli’ con la politica”. Come dimostrato, da ultimo, dalla ricollocazione dell’ex presidente della Commissione europea Barroso alla Goldman Sachs, certamente non un caso isolato. Si è in tal modo conformato un ceto politico-finanziario che si arroga il ruolo di decisore di ultima istanza in ordine alle politiche pubbliche e che non si perita di dare “consigli” anche in ordine alle stesse riforme costituzionali, come ben sappiamo in Italia.

I dati disponibili che danno un’idea del potere di questo ceto sono davvero impressionanti. I profitti generati dal mercato internazionale dei capitali sono arrivati nel 2015 a 593 miliardi di dollari, gli asset manager gestiscono circa novemila miliardi di dollari e gli attivi delle prime dieci banche di investimento sono pari a ottomila miliardi di dollari.

La ricetta suggerita per far fronte al crescente debito è ben nota ed è stata disastrosamente praticata in Italia e altrove: diminuzione dei salari, precarizzazione dei lavori, privatizzazione dei beni pubblici, taglio della spesa sociale. Ne consegue la perpetuazione ad infinitum della crisi economica, dovuta principalmente al calo del potere d’acquisto della gente comune e all’assenza di investimenti pubblici, con l’unica eccezione di grandi opere e grandi eventi che non determinano effetti importanti di crescita ma alimentano invece il potere eccessivo del ceto politico-finanziario in questione.

Per non parlare del rischio sistemico alimentato dalla concentrazione del potere finanzario su cui richiama l’attenzione Occorsio alla fine dell’articolo citato. Quello che occorre invece fare è tagliare le unghie e il potere della finanza parassitaria dominante, avviando un’effettiva ridistribuzione del reddito e del potere decisionale che va restituito alle istanze democraticamente legittimate dal voto e dalla partecipazione popolare.

Trattandosi di un problema globale, la sede più idonea per discuterlo è costituita dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite che un anno fa votò un’importante risoluzione in tema di principi applicabili alla ristrutturazione del debito estero e che dovrebbe oggi compiere nuovi passi avanti in materia, ad esempio invitando la Corte internazionale di giustizia a pronunciarsi in merito, come da tempo richiesto da vari giuristi di molti Paesi.