Le recenti dichiarazioni del presidente dell’autorità anticorruzione Raffaele Cantone sull’enorme mole di segnalazioni ricevute riguardo ai concorsi universitari hanno di nuovo scatenato la caccia alle streghe contro il mondo accademico. Cantone ha correlato queste criticità con la fuga dei cervelli (“nesso enorme”), sottolineando come dopo sei anni dalla cosiddetta “riforma Gelmini” poco o nulla sia cambiato rispetto al passato. Queste dichiarazioni sono state oggetto di una replica dell’ex-ministra Mariastella Gelmini, rivendicando la sua battaglia contro la “parentopoli universitaria”.

La “riforma” prevede che nello stesso dipartimento non possa essere assunto un parente entro il quarto grado. Tuttavia, ciascun ateneo è costituito da più dipartimenti, per cui le (poche) promozioni e le (pochissime) assunzioni sono avvenute nel dipartimento vicino, magari senza neppure uno spostamento fisico delle persone coinvolte. I report di “nepotismo accademico” hanno generato (in alcuni casi in modo assolutamente giustificato) delle forti ondate di sdegno. Questo è stato considerato da parte della stampa e della politica come una valida giustificazione per tagli indiscriminati di risorse al sistema universitario.

Ma quanto incide realmente il “nepotismo accademico” nell’università italiana? Uno degli studi più noti al riguardo è quello del 2011 di Stefano Allesina (Università di Chicago), più volte citato come una “dimostrazione scientifica” dell’esistenza del nepotismo.

L’articolo originale (scaricabile gratis) è molto tecnico ma alcuni dati possono essere analizzati in modo semplice. Allesina studia i cognomi dei 61.000 docenti di ruolo allora presenti nell’università italiana, suddivisi nei vari macrosettori accademici. Ritiene i casi di “sospetto” nepotismo quelli in cui due docenti dello stesso settore abbiano lo stesso cognome. Occorre però una correzione. In un gruppo di persone, molti hanno lo stesso cognome (Rossi, Russo, Ferrari…) pur non essendo parenti. Alesina calcola quindi quale sarebbe il numero di “omonimie accettabili” per ciascun gruppo lo confronta nella tabella 1 con il numero di “omonimie effettive”.

Utilizza poi un test statistico (“p-value” o “valore p”) che tanto più fornisce un valore piccolo, maggiormente indica che due numeri siano correlati in modo non casuale. Allesina riscontra che in ben 9 settori, (rappresentanti la maggioranza numerica dei docenti, 32.000) il p-value è inferiore al 5%, indice che ci sono “troppi” cognomi identici. Ad esempio, a Legge ci sono 5144 docenti con 4031 cognomi diversi (omonimie effettive), mentre in un simile campione casuale le omonimie accettabili dovrebbero essere massimo 4207 (p-value <0.1%), con circa 176 (4207-4031) “casi sospetti”. In questi 9 settori sarebbe quindi dimostrato il nepotismo accademico. In realtà, i dati provano invece che è un fenomeno limitato. Se sommiamo tutti i “possibili nepoti” ne otteniamo 738, che su 32.000 docenti rappresentano un misero 2.3% del totale. Volendo includere anche coniugi e amanti (che non hanno lo stesso cognome) a quanto si potrebbe arrivare? Forse al 5%? La conclusione è che il nepotismo accademico è un fenomeno marginale nell’accademia italiana. Un’analisi più approfondita è stata appena pubblicata sul sito specializzato Roars.

Per colpire (non riuscendovi) i “cattivi” si è devastata l’università pubblica. Oggi i docenti sono ridotti a 48.000 (meno 20%), a causa di pensionamenti e anni di blocco del turn over, il fondo di finanziamento ordinario è stato ridotto di circa un miliardo di euro, i progetti di ricerca di interesse nazionale (Prin) distribuiscono 30 milioni di euro l’anno (circa 600 euro per docente), mentre l’Italia regala centinaia di milioni l’anno agli altri stati europei tramite i programmi di ricerca europei.

Certo che il nepotismo è una patologia, ma dato che almeno il 95% del corpo accademico è sano occorre intervenire in modo chirurgico sulla parte malata e non somministrare soluzioni ideologiche che sanno, più che di medicine alternative, proprio di “pozioni magiche”. Se una parte piccola del corpo sta male si va dal medico, non dallo stregone.

Invece si è approfittato di queste teorie fantasiose (ed errate) per colpire studenti e docenti, soprattutto i giovani ricercatori non strutturati. Questi, con la cancellazione della figura del ricercatore a tempo indeterminato si sono trovati in una competizione serrata per le poche posizioni a tempo determinato. Scegliere tra un candidato “bravo” e uno “scarso” in un concorso è facile. Può essere invece difficilissimo discriminare tra due “davvero bravi” e qui sono proprio le reti sociali che possono fare la differenza. Con il brillante risultato che i tagli su tagli non hanno colpito chi aveva una “protezione” all’interno del mondo accademico, ma piuttosto le persone capaci e indipendenti. È proprio questa scarsità di risorse la causa non solo dei molti contenziosi, ma anche della fuga dei cervelli. Il nepotismo, insomma, c’entra davvero poco.

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Allesina S (2011) Measuring Nepotism through Shared Last Names: The Case of Italian Academia. PLoS ONE 6(8): e21160. doi:10.1371/journal.pone.0021160