Una pratica capillare di malversazioni, truffe, sprechi, peculato, corruzione contraddistingue da sempre ogni genere di acquisto, appalto e fornitura militare. In tempi non lontani una vasta aneddotica sui latrocini scientificamente realizzati da una platea di ufficiali addetti alla dispensa e loro superiori (e complici) accompagnava l’esperienza del servizio di leva, trovando conferma nella qualità mediamente disdicevole del rancio del soldato – tutt’altro che “ottimo e abbondante”. Era nota addirittura l’esistenza in alcuni distretti militari di un tariffario per l’esenzione dalla naia, tre-quattro milioni di lire da versare a un ufficiale compiacente (a scanso di malintesi, chi scrive fu a suo tempo obiettore di coscienza). Del resto, la rigida e sclerotica gerarchia militare può diventare un’efficiente struttura di copertura e protezione omertosa di qualsivoglia prassi irregolare o illecita, specie quando la catena di comando ufficiale si sovrappone agli invisibili ma ferrei meccanismi di auto-regolazione degli scambi occulti – evento non infrequente, almeno a giudicare dal numero di alti gradi militari coinvolti in inchieste per gravi reati – e l’ordine di contribuire alla raccolta e spartizione del maltolto proviene dai superiori, tollerato o incoraggiato dai vertici.

La prima ondata di arresti che nel gennaio 2015 ha investito la Marina Militare di Taranto si inquadra a perfezione in questo scenario: nove ufficiali rinviati a giudizio per concussione, protagonisti di quello che è stato definito “il sistema del 10 per cento” – tale era la quota riscossa senza deroghe da almeno dieci anni in tutti gli appalti. Un solo ufficiale “di collegamento” avrebbe incassato la mazzetta dagli imprenditori, ripartendola poi in sub-percentuali prefissate tra i colleghi che avevano seguito l’iter delle pratiche, seguendo con scrupolo certosino una prassi più o meno tacitamente rinnovata al passaggio di consegne da un comandante all’altro, applicata in forme talmente ruvide da indurre il giudice a evocare analogie con la “criminalità organizzata”, visto che questo pizzo militare era incassato “in modo rigido e con brutale e talora sfacciata protervia”.

La nuova catena di arresti che a distanza di pochi mesi investe la medesima struttura dimostra il radicamento di questa eredità di malaffare, ma se possibile introduce ulteriori ragioni di scoramento. L’inderogabile legge non scritta del 10 per cento parrebbe sopravvissuta persino al subentrare del nuovo comandante ivi destinato dalla Marina militare proprio con l’incarico di “fare chiarezza e trasparenza” dopo lo scandalo, nonostante – o magari proprio in virtù – del proprio curriculum non proprio specchiato, nel quale brillerebbe una passata condanna per truffa militare, e presto colto in fallo con in tasca una tangente di 2500 euro, anticipo dei 200mila promessi.

Nella vicenda c’è poi una novità assoluta: la prima donna ufficiale arrestata per corruzione nella storia militare italiana. Il coinvolgimento della tenente di vascello, selezionata dal nuovo comandante per avvalorare il proprio sbandierato intento moralizzatore, costringe a intrecciare la narrazione del caso con alcuni spunti di interesse teorico. Diverse ricerche dimostrano infatti che un più esteso accesso delle donne a ruoli decisionali di responsabilità si accompagna a livelli più contenuti di corruzione. I fattori invocati sono diversi: una più bassa propensione al rischio nel genere femminile, la vocazione mediamente più “altruista” e solidale rispetto alle controparti maschili, o semplicemente come indicatore collaterale della presenza di un sistema di istituzioni e valori sociali refrattari alle malagestione della cosa pubblica. E’ certo comunque che l’ascesa professionale delle donne a ruoli di comando, tanto nel settore pubblico che in quello privato, è un’ottima notizia per chi ha a cuore l’integrità e l’etica pubblica. Di riflesso, però, diventa una pessima notizia la scoperta che nella biografia della trentunenne protagonista della vicenda tarantina tutti i profili – dal genere, alla giovane età, fino alla laurea (con lode) – dovrebbero aver contribuito a rafforzarne le barriere morali all’illecito, distaccandola dal retaggio di “cattive prassi” che alimentano i meccanismi avvolgenti della corruzione. Da dove scaturisce la sua resa senza condizioni, quasi senza combattere, a questa pratica di corruzione organizzata?

Proviamo a cercare non solo parole di conforto, ma anche spunti di saggezza analitica nelle parole di un Pontefice straordinario sotto tutti i profili, quale che sia il proprio credo. Papa Bergoglio ha individuato nella lotta alla corruzione uno dei pilastri del proprio apostolato, riconoscendola quale sintomo e manifestazione estrema di una logica di sopraffazione e avidità che sembra oggi dominare lo “spirito del mondo”. “Qualcuno – ha spiegato papa Francesco all’Angelus domenica scorsa – si comporta con la corruzione come con le droghe: pensa di poterla usare e smettere quando vuole. Si comincia da poco: una mancia di qua e una tangente di là. E tra questa e quella, lentamente perde la propria libertà. Anche la corruzione produce assuefazione, e genera povertà, sfruttamento, sofferenza”.

A poco varrà la condizione di giovane donna brillantemente laureata, a nulla serve il giuramento di fedeltà alla Repubblica se proprio all’interno del proprio ufficio si è stati introdotti, selezionati e socializzati dai propri diretti superiori (maschi!) in un circuito criminale nel quale l’orientamento di valori dominante premia precisamente l’asservimento alla logica del profitto e la cupidigia, dove le competenze sono valorizzate solo in quanto strumentali alla realizzazione di traffici illeciti. Fino all’assuefazione, alla perdita di qualsiasi senso di orientamento morale. E’ sufficiente ascoltare le parole del comandante nelle intercettazioni: “Questa è fenomenale” – si vanta, nel momento in cui la tenente di vascello trova la quadratura del cerchio per assicurare l’appalto a un’impresa che ha presentato un progetto “sgrammaticato”, “nemmeno di livello basico”; “Ma io l’ho presa e l’ho messa là perché ho capito che a questa qua i soldi gli piacciono!”. La sua quota saranno “quaranta, cinquantamila euro (…). Su quello che guadagna quello [l’imprenditore] poi dopo facciamo le parti (…), magari le costruiscono una parte di casa invece di dargli i soldi: che so il soggiorno, la cucina, il tinello”, quasi a riaffermare fino in fondo lo stereotipo donna-casa.

Parole che suonano come un avvertimento sulla scarsa presa di qualsiasi sforzo di riforma che si limiti a incidere su norme e procedure così facilmente aggirabili: nonostante le molte aspettative, anche il nuovo codice degli appalti avrà vita dura nello scalfire i tanti e ben organizzati “sistemi dell’x per cento”. Per quanto sia difficile e frustrante, nella lotta alla corruzione è necessario rafforzare – nella sfera politica, nella pubblica amministrazione, nel mondo dell’imprenditoria e delle professioni, tra i cittadini – gli orientamenti di valore e le cerchie di riconoscimento sociale positivo del rispetto delle regole poste a tutela dei beni comuni. Di fronte alla triste vicenda dell’arresto per corruzione di una giovane militare in carriera occorre riaffermare la necessità di una più estesa presenza femminile nei ruoli di potere e comando – purché quelle donne non siano state selezionate e “allevate” da uomini inclini alla corruzione…