Imponevano il pizzo agli imprenditori “alla stregua della malavita organizzata”. Solo che indossavano l’uniforme della Marina militare, gestivano denaro pubblico e ricoprivano alti incarichi istituzionali. È un vero e proprio terremoto l’inchiesta che qualche ora fa ha portato all’arresto di cinque ufficiali della Marina, un sottufficiale e un dipendente civile accusati di concussione. L’inchiesta condotta dai carabinieri di Taranto agli ordini del tenente Pietro Laghezza e coordinata dal sostituto procuratore Maurizio Carbone ha rivelato, secondo l’accusa, “fatti di concussione continuata di notevolissima gravità in quanto posti in essere nel corso degli anni modo sistematico diffuso con ferrea determinazione a delinquere” nei confronti “di tutti gli imprenditori assegnatari di appalti di servizi e forniture da parte del V Reparto di Maricommi di Taranto, con conseguenti gravi ripercussioni di carattere sociale ed economico sui destini delle singole aziende”.

In carcere sono finiti il capitano di vascello Attilio Vecchi, in servizio al Comando logistico della Marina militare di Napoli e già coinvolto nell’inchiesta sulle navi fantasma legate a mafia capitale, il capitano di fregata Riccardo Di Donna in servizio allo Stato Maggiore della Difesa di Roma, il capitano di fregata Marco Boccadamo dello Stato Maggiore della Marina, il capitano di fregata Giovanni Cusmano, direttore amministrativo del centro di addestramento aeronavale di Taranto, il capitano di fregata Giuseppe Coroneo, vice direttori di Maricommi Taranto, il maresciallo Antonio Summa e il dipendente civile Leandro De Benedictis. Gli arresti di oggi sono il seguito di una vicenda esplosa a marzo 2014 quando i carabinieri arrestarono in flagranza di reato un altro ufficiale, il capitano di fregata Roberto La Gioia, che era il collettore delle mazzette. Tra i suoi appunti i carabinieri ritrovarono una pendrive sulla quale erano riportati gli incassi illeciti negli anni compresi tra il 2010 e il 2014. Non solo. La tangente, pari al 10% dell’appalto, era poi ripartita tra i vari soggetti con modalità che lo stesso La Gioia ha successivamente spiegato agli inquirenti. “In particolare – ha confessato La Gioia al pm Carbone – con la dicitura ‘D’ indicavo il direttore (di Maricommi, ndr), con la ‘V’ Vecchi Attilio, che all’epoca lavorava a Roma presso Maristat e dal quale dipendeva l’emissione di modelli C per il finanziamento di lavori, con la dicitura ‘VD’ indicavo il vice direttore, con la ‘S’ il mio sottoposto Summa Antonio e con la ‘L’ l’altro mio sottoposto Leandro de Benedictis, la dicitura ‘IO’ indica la somma a me riservata”. Il totale della mazzetta, inoltre, era suddiviso secondo criteri ben precisi. “il 2,5 % ciascuno al sottoscritto e al Vice Direttore – ha aggiunto La Gioia nel suo interrogatorio – 2% a Vecchi, 1,5% al Direttore e il restante 1,5% veniva diviso in parti uguali tra il Summa e il De Benedictis”.

Nella sua ordinanza il gip Pompeo Carriere ha sottolineato come questo sistema abbia costretto gli imprenditori ad accettare questa “drastica decurtazione del loro utile d’impresa” al punto da “lavorare in pareggio o in perdita”. Per tutti, infatti, l’obiettivo era quello di continuare a partecipare ad appalti e mantenere in vita le aziende. Chi non si adeguava, infatti, era escluso dai successivi bandi di gara com’è accaduto a quei pochi imprenditori “che hanno rifiutato di continuare a soggiacere a tale ricatto”. Per il giudice è un “vero e proprio pizzo” imposto “in modo rigido e con brutale e talora sfacciata protervia” che in questi anni “ha causato nel complesso danni notevoli sia alle singole imprese che all’intera economia locale”. Secondo le dichiarazioni della maggior parte degli imprenditori ascoltati, la tangentopoli di Taranto sarebbe partita con l’insediamento al V Reparto di Maricommi proprio di La Gioia, ma fonti investigative riferiscono che in realtà si tratta di una sistema ben più datato nel tempo. A sostenerlo infatti, ci sono le dichiarazioni proprio di La Gioia che agli investigatori ha dovuto ammettere di aver ereditato la “prassi” dal suo predecessore. Non solo. Anche l’imprenditore che per primo raccontò la vicenda ai carabinieri ha confessato di aver pagato tangenti anche prima dell’arrivo di La Gioia. Lo stesso gip, del resto, descrive il sistema affermando che questo “opera da tempo risalente, tanto da divenire un avere propria ‘prassi’ illecita che si trasferisce da un comandante all’altro in un ideale ‘passaggio di consegne’ più o meno tacito”.