Non esiste normativa o articolo di legge che nel nostro Paese vieti espressamente la pratica di incentivare al gioco d’azzardo o fidelizzare maggiormente l’appassionato di scommesse e vlt. Come a Las Vegas, a una sala giochi italiana nessuno potrebbe proibire di noleggiare una Limousine per prelevare i propri clienti direttamente da casa e portarli di fronte alle manopole delle slot machine. Ma nel buio delle sale è anche ammesso prendere nota dei clienti più assidui, indicare la loro propensione alle macchinette, i giorni a settimana dedicati al gioco e la cifra media che gettano al vento.

Del resto la schedatura di chi effettua giocate alte è già obbligatoria per legge. Come ricorda la Guardia di Finanza nell’ultima relazione sul gioco d’azzardo, presentata alla Commissione parlamentare antimafia la scorsa primavera, “ai sensi del Decreto legislativo 231 del 2007, gli operatori delle sale gioco sono i destinatari degli obblighi antiriciclaggio, che si sostanziano nell’adeguata verifica della clientela, nella registrazione e nella conservazione dei dati nonché nell’inoltro delle segnalazioni di operazioni sospette”. Nulla è detto, ovviamente, sulla schedatura di altre abitudini, come la passione per alcol e prostitute o le fughe in sala giochi all’insaputa dei familiari, dettagli che invece emergono nel file excel comparso in una causa di lavoro contro Sisal a Milano. Ma tant’è.

MACCHINETTE E RICICLAGGIO, IL PENTITO RACCONTA. Le norme sono destinate a diventare ancora più strette. Secondo il senatore del Pd Stefano Vaccari, coordinatore del Decimo comitato interno alla Commissione antimafia sulle infiltrazioni mafiose nel gioco lecito e illecito, “sapere con certezza chi effettua certe giocate particolarmente consistenti, permette tra le altre cose di disincentivare la pratica di autoriciclaggio, messa in essere con assiduità dalla criminalità organizzata per ‘lavare legalmente’ il provento dei propri sporchi traffici”. Come funzioni questo meccanismo lo spiega bene il giovane pentito di ‘ndrangheta Enrico De Rosa, che sta raccontando a Reggio Calabria i rapporti dei boss coi colletti bianchi e la società bene, tra i quali gli imprenditori nel ramo delle scommesse. Nell’ambito dell’operazione Gambling della Dda reggina, De Rosa ha raccontato come alla ‘ndrangheta, coi suoi prestanome, basti aprire una sala giochi o di scommesse gestita direttamente e non su mandato, per ripulire decine di migliaia di euro a giocata. “Agenzia diretta vuol dire – spiega De Rosa al magistrato che lo sta interrogando – che se io e lei andiamo a giocarci la schedina e perdiamo, ci giochiamo 10mila euro, i 10mila euro restano tutti nella pancia dell’agenzia medesima. Quindi, quando io voglio riciclare 10-15-20mila euro, mi faccio tutta una serie di giocate, con partite che non potranno mai andare a buon fine, e alla fine ho riciclato 10-15-20 mila euro. È una questione di logica”.

L’ESPERTO: “LUDOPATIA, L’ONDA LUNGA DEVE ANCORA ARRIVARE”. E così le autorità si stanno particolarmente impegnando per intervenire sul settore da un punto di vista finanziario, forse sottovalutando l’effetto patologico sugli schedati, sui clienti, sui giocatori… Secondo Paolo Jarre, del Dipartimento Patologia delle Dipendenze dell’Asl 3 di Torino, le più aggiornate stime epidemiologiche dicono che il numero degli italiani affetti da Gap (Gioco d’azzardo patologico) potrebbe essere compreso tra le 200 e le 600mila unità, “ma nei nostri ambulatori – spiega Jarre – ne arrivano al momento circa 10mila. Questo è dovuto al fatto che esiste un tempo di latenza, di qualche anno almeno, tra quando il giocatore incallito comincia a fare danni, sul suo patrimonio o quello dei suoi familiari, e il momento in cui decide di chiedere aiuto. E quindi tenendo conto che è un sei o sette anni che il gioco nel nostro Paese è diventato purtroppo un’abitudine di massa, la grande onda dei giocatori patologici nei servizi sociali sanitari ancora dobbiamo vederla”. E sarà, continua il medico, come uno tzunami per il nostro sistema sanitario, “ben peggiore di ciò che a suo tempo rappresentò l’impatto della tossicodipendenza. Si pensi”, spiega Jarre, “al fattore di impoverimento che il Gap può comportare. Siamo 4 o 5 volte sopra la piaga della droga. Dieci anni fa l’affare droga si stima valesse circa 10 miliardi di euro. Il fatturato del gioco lecito è di 88 miliardi; e qui dentro, se uno s’è fatto prendere la mano, devono cominciare lunghi cicli di terapie, che possono durare anche anni; e poi c’è il fallimento finanziario, proprio e della famiglia, il default in banca, le spese legali e via discorrendo”.

“UNA LEGGE CONTRO LA FIDELIZZAZIONE”. E così c’è chi pensa sia indispensabile porre un freno legislativo a tutte le pratiche di fidelizzazione e incentivazione al gioco. Secondo la vice presidente di Azzardo e nuove dipendenze (And), l’avvocato Sara De Micco, bisogna tornare a considerare il gioco d’azzardo come era originariamente, prima che diventasse quel fenomeno di massa e che oggi conosciamo ammantato di un’immagine più friendly, “ovvero – dice De Micco – come quel settore che può avere delle cosiddette ‘esternalità’, che in questo caso sono rischi pericolosissimi di dipendenza patologica”. Su questo aspetto occorre agire, sostiene la vice presidente di And, “anche se non proprio con pratiche proibizioniste, perché le stesse non sempre hanno dato risultati positivi, ma con attente politiche di salvaguardia del cittadino”. Bisogna porre limiti alla pubblicità e all’incentivazione e alle fidelizzazione al gioco, “anche se – e questo è un altro grave paradosso secondo l’avvocato De Micco – se io agenzia so di avere di fronte un giocatore patologico non ho per legge il diritto di far nulla per impedire che si rovini”.

Il Parlamento farà qualcosa per correre ai ripari? Secondo il senatore Pd Franco Mirabelli, primo firmatario di una proposta di legge di riordino del mondo del gioco d’azzardo, certo che sì; anche perché lo stesso conferma la mancanza di regolamentazione etica per il settore: “Oggi non ce ne sono, ma se non poniamo dei limiti che salvaguardino la salute e le finanze dei giocatori, il rischio è che ci sia una spinta nelle patologie”.