Da una parte i cori “Diba, Diba” per l’idolo della piazza, Alessandro Di Battista, arrivato in sella alla sua moto in piazza Cesare Battisti, seguito da una scia di motociclisti. Dall’altra gli insulti ai giornalisti ‘venduti’, i ‘vaffa’ contro i ‘pennivendoli’ al soldo di Renzi, i litigi con i cronisti durante le dirette televisive. “Vergogna, fate schifo, di Renzi, Verdini e Boschi non vi occupate” gridano gli attivisti 5 stelle durante gli stand up dei cronisti dei tg.

Video di Irene Buscemi e Mauro Episcopo

Sono queste alla fine le due facce della serata del 7 settembre a Nettuno, per l’ultima tappa del Costituzione Coast to Coast. Sul palco è andata in scena l’unità, con il leader Beppe Grillo in prima fila a difendere la truppa sotto attacco. Il Movimento 5 stelle si mostra compatto e vicino a Luigi Di Maio, al membro del direttorio nazionale 5 stelle più di spicco e nello stesso tempo però più colpito dalle polemiche sull’indagine a carico di Paola Muraro, assessora all’Ambiente del comune di Roma, di cui la sindaca Virginia Raggi era a conoscenza da fine luglio. Anche Luigi Di Maio ne era stato informato il 5 agosto, tramite un’email inviata da Paola Taverna che lo aggiornava sulla grave situazione capitolina. Il vice presidente della Camera sul palco si difende: “Sottovalutazioni in buona fede, credevo fossero le accuse dell’ex ad di Ama Daniele Fortini” afferma. Si fa quadrato intorno alla Raggi, si ammettono gli errori, ma si sottolinea l’aggressività di un sistema che vuole farli fuori ad ogni costo, con tutti i fucili della stampa puntati. “A noi fate le pulci, ma al Pd, ad Alfano, a Boschi i giornalisti fanno le stesse domande?” chiede Di Battista. Il deputato romano appare in forma smagliante, rinvigorito dal calore della piazza. Gli applausi fragorosi e le acclamazioni sono tutte per lui. Più sbiadito e ingrigito sembra il premier in pectore del movimento, Di Maio. C’è unità a parole. I gesti però parlano di tutt’altro. La mano di Grillo poggia ferma sulla spalla del deputato Roberto Fico, si percepisce quasi un distacco fisico dal vice presidente della Camera. La narrazione, però, è questa, si va avanti compatti.

Sotto il palco il racconto è un altro. C’è lo scontro aperto. Le domande dei cronisti sulla trasparenza, sulle nomine sbagliate, sugli addii clamorosi di pezzi importanti della giunta scelti proprio da Virginia Raggi, infastidiscono gli attivisti. Nascono baruffe in ogni angolo, appena si accendono i riflettori delle telecamere . “Roma non è Parma, non c’entra nulla con il caso Pizzarotti, la Muraro non ha ricevuto un avviso di garanzia, lasciate in pace la Raggi, occupatevi delle magagne vere, di quelle del Pd, degli indagati in parlamento, della mafia al governo” afferma un’attivista.  “Anche voi del Fatto mi fate schifo, Travaglio era per me un idolo, adesso non lo è più, dovete raccontare le storie giuste” dice stizzito un signore. “E Sala, perché di Milano non parlate, del capo di gabinetto indagato?” replicano altri. “Siete la rovina dell’Italia, è tutta colpa vostra, contate i peli delle ascelle di Virginia Raggi, è da mezz’ora che governa, ha appena iniziato” grida infuriata una donna contro le domande poste a Di Battista, al termine dell’evento. “Pizzarotti chiede le dimissioni del direttorio nazionale? E’ la sua opinione” dice lapidario il deputato pentastellato, salendo in moto per il ritorno a casa. Il primo cittadino di Parma, sospeso dal Movimento per un avviso di garanzia non comunicato, accusato di poca trasparenza, non riceve solidarietà da nessuno. Nella piazza di Nettuno nessuno è un fan del primo sindaco a 5 stelle. “Saluti da Roma, è un misero, vuole comandare lui? E’ uno che aspetta il cadavere passare lungo il fiume”, sono le opinioni di tanti. Ma per la Raggi, invece, il sostegno è unanime. Due pesi e due misure, garantismo a corrente alterna, qualcuno potrebbe dire. “Non c’è nulla da paragonare, sono casi diversi, a Roma è tutto montato dalla stampa, c’è la mano di Renzi, per le Olimpiadi, per spartirsi la torta come sempre, e mangiare a sbafo dei cittadini, regalandoci debiti e debiti” replica un attivista. “Hanno rubato? Finché non rubano per me possono fare tutto quello che vogliono” aggiungono altri. Qualcuno ammette però gli errori: “Ansia da prestazione dinanzi ad un mostro come Roma”.

Ma alla fine si minimizza sempre la portata della crisi. “Se falliamo nella Capitale, fallisce il movimento? Questa regola deve valere per tutti i partiti, hanno fallito tutti, dal Pd al centrodestra, così allora non esisterà più la politica” risponde un militante. Le baruffe nascono anche tra attivisti. Si alza un’unica voce fuori dal coro: “Ma ragazzi, io sono un’attivista, la Muraro ha detto che è indagata, la Raggi sa tutto da fine luglio, e nessuno ha detto nulla, i giornalisti dicono la verità, le avete ascoltate in commissione Ecomafie?”. “Servo del Pd, al soldo di Renzi” sono gli epiteti successivi alla frase dell’attivista in netta minoranza. In questa piazza il M5s da maturando sembra ritornar bambino. Una nuova guerra ai media è annunciata. Tutto riporta alle mente le piazze 5 stelle di alcuni anni fa, quando ancora il rapporto con i cronisti era in rodaggio, quando l’odio per la mediazione era l’abc del pentastellato. I mesi della maturità politica, della pax siglata con la stampa, dei tentativi di crescita, dei viaggi all’estero, degli incontri con le lobby per farsi conoscere, dell’affrancamento dai padri sembrano di colpo cancellati. Si sente il rumore del tonfo, l’eco della caccia alle streghe sul blog, lo scricchiolio dell’apriscatole. Il M5s si è chiuso di nuovo a riccio. Il tour è finito, il rombo dei motori è già in lontananza.