Assieme alle nuove regole della Abilitazione scientifica nazionale, con cui l’università sceglierà i propri docenti, ripartono le polemiche sugli indici bibliometrici. Premetto subito che non esprimo qui il fastidio della volpe incapace di arraffare l’uva, immortalata dalla favola di Esopo: potete controllare i miei indici bibliometrici con un click. Che cosa sono questi indici? Nel loro insieme porgono una sorta di classifica a punti, la quale si avvale di misure nate con lo scopo, assai diverso, di valutare l’interesse per una specifica ricerca e per il percorso scientifico di un certo studioso.

E la classifica diventa invece una vera e propria ossessione, un’arma di distruzione di massa con cui combattere la guerra di religione della competizione globale. Magari con lo spirito di una leggendaria trasmissione tv: Ok, il prezzo è giusto! L’Italia si sta adeguando con ritardo, per certi versi colpevole, se l’obiettivo è l’omologazione all’università manageriale, un modello che si è imposto ovunque nel mondo, senza grandi resistenze. Se l’alternativa alla valutazione bibliometrica erano il familismo e il clientelismo, molti studiosi onesti hanno accolto con favore questa tardiva innovazione. Per poi ricredersi.

Tra i paesi sviluppati, l’Italia è l’unico dove una carriera universitaria nasce e muore in pochi metri quadrati, lo stesso spazio fisico e culturale dove ci si è laureati e dove i rapporti personali, anche quelli meno nobili, valgono più di ogni altro aspetto. Solo 40 anni fa, l’immobilità accademica era un’anomalia, ma impera da più di 20 anni senza che nessun correttivo abbia mai funzionato, nonostante l’anomalia sia ben chiara a tutti, accademici e politici. Né il ricorso alle bibliometrie ha scalfito questo andazzo, come taluni ardivano sperare.

Alcuni addetti ai lavori, anche su questo giornale, hanno messo in luce le distorsioni estreme e la corruzione che ha generato il rigido ricorso alla bibliometria. Non è il danno peggiore. La prima vittima è la scienza, che vede rallentare vistosamente il progresso della conoscenza e il tasso di innovazione in ambito accademico. E una filosofia rigidamente incardinata sulla valutazione “quantitativa” apre la porta a due questioni, entrambe non irrilevanti.

Prima di tutto, questo approccio è intrinsecamente conservatore. Gli accademici che godono di una reputazione ben consolidata nel corso del tempo, i quali hanno spesso idee anch’esse consolidate e inossidabili, occupano le posizioni di potere e giudicano di norma i colleghi più giovani. Un approccio innovativo, le idee nuove e magari non del tutto convenzionali possono essere così respinti brutalmente e messi in sordina dai guardiani della fede, custodi delle idee e dei metodi ormai consolidati.

Tanto nelle università europee quanto in quelle statunitensi, i sostenitori del metodo quantitativo di valutazione del merito sono spesso gli stessi che combattono l’impostazione qualitativa e l’approccio critico alle conoscenze, alle metodologie e ai protocolli consolidati. Se assecondare i gusti intellettuali e le preferenze dei redattori delle maggiori riviste può essere il mezzo più efficace per fare carriera, sul rovescio della medaglia ci sono la perdita di intelligenza intuitiva e il crollo di ogni slancio innovativo, poiché si finisce per premiare il conformismo anziché l’originalità.

E il sistema favorisce così l’alluvione di lavori scientifici ripetitivi ma redatti con un buona dose di astuzia, capace di non farli apparire tali. La seconda questione riguarda la crescente ossessione per l’immagine a scapito della sostanza, prodotta dalla smodata attenzione alle classifiche fondate sulla reputazione. Un aspetto da approfondire con attenzione.