“Sono venuto a rassicurare” è stata la prima cosa che mi è venuta in mente di dire a padre Emanuel. “Non devi rassicurare me. Io ho già vissuto tutto” è stata la risposta di questo parroco originario del Burundi. Ci troviamo in una chiesa a Majano, piccolo paese vicino a Udine. Non viene annunciato che ci sono musulmani in chiesa, ed è giusto così. Non dovrebbe sorprendere se ci fossero, né penso che ci sia bisogno di evidenziarlo più del dovuto.

Mi siedo al primo banco. Il parroco parla di “avere o essere”: l’uomo vuole essere o avere; vuole il materiale ma si allontana dal suo essere, dal suo spirito. E’ una predica in linea con i tempi di oggi. Siamo concentrati sull’avere: avere riconoscimento, soldi, avere l’ascolto (quello sui social) e non prendiamo più tempo per noi stessi. Non coltiviamo lo spirito, l’anima, quasi fosse un elemento irrilevante. Invece, oggi avremmo bisogno di stare un po’ soli con noi stessi e parlarci, ascoltarci – magari meditare. E’ così che cresce l’uomo e trova l’equilibrio in un mondo velocissimo, moderno che lascia l’essere umano indietro.

Arriva il momento del “Padre nostro”. Cominciamo a recitarlo a voce alta. È una invocazione forte a un Dio che tutti, musulmani e cristiani, chiamiamo “padre” con l’ardore di chi vuole che si mostri. Ci scambiamo un segno di pace. Si stringono le mani. Quelli seduti dietro la mia panca non sanno che la stanno per stringere a un musulmano e, in fondo, è meglio così. Non serve sottolineare la fede di una persona mentre oggi pare una costante: “l’islamico”, “il cristiano”, “l’ebreo”.

Finisce la messa. Ringrazio il parroco che sorride e appena volto le spalle mi dà una pacca di complicità che vale molto più di mille dichiarazioni. C’è chi non crede nel dialogo islamo-cristiano; chi taccia queste iniziative, come le messe in comune, come semplici spot. Beh, libero di farlo e noi altrettanto di continuare.