L’ultima notizia è che il fondo sovrano dell’Arabia Saudita ha investito 3,5 miliardi di dollari in Uber, la società statunitense che ha inventato la app con cui chi ha bisogno di spostarsi può entrare in contatto con un autista. E Yasir Al Rumayyan, managing director del Saudi public investment fund, entrerà nel consiglio di amministrazione di una delle aziende simbolo della sharing economy. E’ un indizio della rivoluzione in atto nelle strategie dei veicoli di investimento pubblici che fanno capo ai grandi produttori di petrolio. Con i prezzi del barile sotto i 50 dollari e quelli delle commodity che crollano e l’aumento della volatilità azionaria, la tendenza prevalente consiste nel focalizzarsi sull’immobiliare, diversificare le fonti di introiti e aprirsi a capitali esteri, rivedere il rapporto con i gestori esterni. E in qualche caso nel dare maggior rilevanza a criteri di governance e sostenibilità.

Preqin, società di data intelligence nel settore degli investimenti, ha analizzato le prospettive di 74 tra i principali fondi sovrani del mondo. Dal suo ultimo rapporto emerge che mentre nel 2014 investivano nel real estate e nelle infrastrutture rispettivamente il 54 e il 57% dei fondi del panel, oggi entrambe le categorie sono arrivate al 62 per cento. Un trend importante, confermato dal presidente del Sovereign Wealth Fund Institute, Michael Maduell: “I fondi sovrani stanno cercando investimenti di lungo termine, dove possano bloccare i loro capitali e non doverli reinvestire continuamente”. Il valore degli asset è in crescita del 3,2% rispetto allo scorso anno, per un totale di oltre 6.500 miliardi di dollari. Sorridono i fondi non finanziati dalle commodity, che nel computo hanno visto incrementare i loro asset di 290 miliardi di dollari. Viceversa, i fondi sovrani legati agli idrocarburi hanno visto una perdita di 10 miliardi di dollari.

Il limitato calo degli asset dei fondi petroliferi rappresenta la sintesi di strategie diverse. Da una parte c’è il più grande fondo sovrano del mondo, il Government Pension Fund norvegese, che vale circa 870 miliardi di dollari e che lo scorso autunno ha deciso per la prima volta di ritirare parte degli investimenti per far fronte al deficit e alla crisi dei rifugiati. Fino a marzo Oslo aveva già utilizzato 2,5 miliardi di dollari, circa 20 miliardi di corone, ma prevede nel 2016 di tagliare 80 miliardi di corone, 10 miliardi di dollari. Una cifra che coincide con le perdite registrate nel primo trimestre, che ridurranno gli investimenti in equity per incrementare gli impieghi nel real estate dal 3 al 5%, con la possibilità accordata dal governo di spingersi fino al 7 per cento. Ma il fondo norvegese, azionista di oltre 9.000 aziende nel mondo, si sta distinguendo per una serie di politiche di stampo etico. La Norges Bank, che gestisce il fondo, punterà i riflettori sui salari eccessivamente alti dei vertici delle società in cui investe, opponendosi a ogni remunerazione che sia a un livello non appropriato. Inoltre, in vista delle assemblee delle petrolifere Chevron ed Exxon, che si sono tenute il 25 maggio, ha dichiarato che sosterrà ogni proposta per fare pressione sul management sui rischi connessi al cambiamento climatico. Da febbraio, inoltre, il fondo ha disinvestito in 52 società legate al business del carbone. E pochi giorni fa ha annunciato una class action contro Volkswagen.

Dall’altra parte, invece, ci sono i fondi del Golfo, che non fermano i propri investimenti, provando invece a convogliare risorse dall’estero. Degli ultimi giorni è l’acquisto di Porto Montenegro nella baia di Kotor da parte di Investment Corporation of Dubai mentre la Qatar Investment Authority starebbe per acquistare per 1 miliardo di dollari due alberghi negli Usa da Starwood, oltre a portare avanti a Londra, insieme al fondo olandese Apg e all’immobiliare Delancey, un programma da 4.000 appartamenti nella zona del villaggio olimpico: un affare da ben 2 miliardi. “Lo scorso anno la strategia era di tagliare la spesa, alzare le tasse e vendere asset, quest’anno è di raccogliere capitali”, ha dichiarato a Bloomberg Richard Segal, analista di Manulife Asset Management. Abu Dhabi ha già completato la raccolta di 5 miliardi di dollari, con una richiesta di 17,5 miliardi. Diverse le situazioni di Qatar e Arabia Saudita: la prima ha ricevuto un outlook negativo da parte di Moody’s, la seconda ha subìto ben tre downgrade da Standard and Poor’s.

E proprio a causa di un downgrade il Bahrain a febbraio aveva dovuto annullare il lancio di un’emissione da 750 milioni di dollari, poi riproposta con un taglio minore e tassi più alti. Riyad e Doha sperano invece che vada tutto liscio nelle proprie emissioni di 5 e 10 miliardi di dollari, per fronteggiare i crescenti deficit. Allarmanti sono le stime del Fmi, che vede nel 2021, per i sei Paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo (ne fanno parte anche Bahrein, Emirati Arabi, Kuwait e Oman) e l’Algeria, un deficit a 900 miliardi di dollari. L’apertura dei sauditi ai capitali esteri, la prima dal 1991, segue la carenza di liquidità delle banche domestiche, motivo in più a spingere il principe Mohammed bin Salman a presentare Saudi Vision 2030, il programma che mira ad affrancare l’economia di Riyad dalla dipendenza dal petrolio. Il piano vedrà la nascita del fondo sovrano più imponente del mondo, con una dotazione di 2.000 miliardi di dollari, che proverranno dalla privatizzazione di una quota fino al 5% della petrolifera Saudi Aramco, e da asset fiscali, industriali e immobiliari.

Sebbene non petroliferi, anche i fondi sovrani dell’est e del sud-est asiatico hanno alzato il livello di attenzione negli ultimi mesi, anch’essi guardando a infrastrutture e real estate, oltre al private equity. Un segnale importante è stato l’apertura a New York di un ufficio da parte di China Investment Corporation, che qualche anno fa aveva invece scelto Toronto, più in linea ai business energetici e delle risorse naturali. Intanto negli ultimi giorni una dichiarazione di Roslyn Zhang, tra i vertici di CIC, ha scoperchiato un vaso di pandora nel panorama dei gestori. Zhang, criticando gli speculatori che nei mesi passati avevano scommesso contro lo yuan, si è interrogata pubblicamente sulla reale capacità di investimento degli hedge fund, e sull’opportunità di devolvere ai manager esterni il 2% del capitale amministrato e il 20% dei profitti. Il mutato contesto economico, infatti, ha cambiato i rapporti tra i consulenti e i fondi sovrani, che oggi, rispetto a qualche anno fa, hanno acquisito esperienza e consapevolezza negli investimenti iniziando a internalizzare una serie di servizi finora demandati all’esterno. Lo spiega il New Zealand Superannuation Fund, che cedendo alcuni rami di business, ha dichiarato pochi giorni fa di voler seguire una nuova strategia fatta di “minori ma più profonde relazioni con i gestori”.