Venne il giorno in cui il Paese europeo maggiormente dipendente dalle estrazioni di petrolio cambiò rotta, investendo sulle rinnovabili. È accaduto in Norvegia. Ben prima che, a gennaio, il prezzo di un salmone pescato nel Mare del Nord arrivasse a 31 dollari, superando quello del petrolio, che oggi però è risalito sopra i 40 dollari. E sta accadendo ancora. Nel Paese dove la pesca non è più solo una risorsa economica, ma un vero boom, con molti dei lavoratori un tempo assunti dalle compagnie petrolifere che oggi cercano impiego a bordo dei pescherecci. E se la produzione di petrolio negli ultimi 15 anni è scesa da 3,4 a 1,5 milioni di barili al giorno, la Norvegia utilizza i ricavi del settore degli idrocarburi per investire sulle fonti rinnovabili. Dalle quali produce più energia di quanta ne consumi (è al 109,6%). Una scelta che il governo di centro-destra sta portando avanti dall’inizio del suo mandato, nel 2013. Se l’Arabia Saudita, dunque, ha appena annunciato un piano per ridurre la dipendenza dal petrolio, non è certo l’unica. Persino la multinazionale norvegese Statoil ricalibra il portafoglio. Da un lato. Ma dall’altro spinge per estrarre idrocarburi anche attorno agli arcipelaghi delle Lofoten e delle Vesterålen, isole di pescatori nel Nord del Paese, rimaste finora off limits. Ma il crollo del prezzo del petrolio rischia di riaprire una questione che sembrava chiusa.

La Norvegia, il petrolio e la crisi – La Norvegia è il massimo produttore europeo di gas e petrolio, con livelli superiori di circa 20 volte a quelli dell’Italia. Dagli anni Settanta, le estrazioni hanno consentito al Paese, che se la passava già piuttosto bene, di diventare uno dei più ricchi al mondo. Prevedendo, però, che le risorse di idrocarburi avrebbero iniziato prima o poi a diminuire, nel 1991 fu istituito il fondo sovrano norvegese (Norway Global Fund o Government Pension Fund). Oggi è il più grande del mondo, vale 866 miliardi di dollari (primato che l’Arabia Saudita ha annunciato di voler strappare al Paese scandinavo). L’estrazione di idrocarburi nel Mare del Nord ha permesso alla Norvegia di sostenere la spesa pensionistica del Paese, rimanere fuori dall’Unione europea e mantenere la propria moneta. Ai cittadini è stato garantito un elevatissimo standard di vita: ricchi sussidi di disoccupazione, sanità e istruzione quasi gratuite fino all’università e persino il riscaldamento delle stalle oltre il circolo polare artico. Oggi il Paese scandinavo teme gli effetti del calo del prezzo del greggio, che finora sono stati controbilanciati proprio dai proventi del fondo sovrano, al quale il governo ha dovuto attingere. In Norvegia, il settore oil&gas vale oltre un quinto del Pil, ma gli investimenti nel settore petrolifero nel 2015 sono calati del 23% rispetto all’anno precedente, bruciando 40mila posti di lavoro. Per salvare le esportazioni, invece, la corona ha ceduto il 20% contro il dollaro.

Il paradiso della pesca – Ed è in questo contesto che nel Paese a inizio anno si è riaperto il dibattito sulle Lofoten e le Vesterålen, due arcipelaghi del Mare del Nord considerati tra i più suggestivi del pianeta e caratterizzati dalla presenza dei villaggi dei pescatori. Il mare attorno alle isole è ’corteggiato’ dai petrolieri e difeso dalle associazioni ambientaliste in quanto ricco di diverse specie di pesci. In queste isole si produce lo stoccafisso più famoso al mondo, che nel 2014 ha ottenuto la denominazione di origine protetta. Il 90% della produzione ittica delle Lofoten viene esportata in Italia. Ma quello della pesca in Norvegia è diventato un business molto più fiorente di quanto si potesse immaginare.

Il salmone più caro del barile – A gennaio l’agenzia economica Bloomberg ha riportato una notizia segnalata dal sito specializzato iLaks.no: il costo di un salmone di 4 chili e mezzo (una misura standard) aveva superato i 31 dollari. In pratica il pesce tipico del Mare del Nord non è solo ricco di omega tre, ma a inizio anno valeva più di un barile di petrolio. In tutta Europa si è verificata un’esplosione della domanda (proveniente soprattutto da Francia e Polonia), che ha provocato la lievitazione dei prezzi. A ottobre scorso la Norvegia ha esportato 103 tonnellate di salmone. Notevoli aumenti, tra l’altro, hanno riguardato anche altri prodotti ittici, come gamberetti e merluzzo. Nella sola Norvegia settentrionale, il valore del pesce selvatico pescato in mare è aumentato del 57% negli ultimi due anni, arrivando a 9,5 miliardi di corone norvegesi. E dato che il prezzo del greggio è sì risalito sopra i 40 dollari, ma è anche vero che gli esperti avvertono che potrebbe tornare a scendere, è chiaro che in Norvegia non voglio essere impreparati rispetto a nuovi crolli. E ci si domanda se convenga puntare sul petrolio o su rinnovabili e pesca, che stanno assorbendo anche la forza lavoro persa nel settore degli idrocarburi.

Il dilemma tra pesca ed estrazione – Nel 2013, il governo di centro-destra appena formato dal Partito conservatore del primo ministro Erna Solberg e dal Partito del progresso annunciò che non avrebbe consentito la ricerca petrolifera nel mare delle isole Lofoten e Vesterålen. Ma ecco che, in pieno crollo del petrolio (e a un anno dalle prossime elezioni in Norvegia), la questione è tornata alla ribalta. Ha preso posizione a riguardo anche il ministro norvegese dell’Energia, Tord Lien (Partito del progresso), favorevole alle attività petrolifere alle Lofoten. Contro sono liberali e democristiani, che hanno dato il sostegno parlamentare al governo anche sulla base di un accordo che prevedeva il divieto di trivellare in quelle aree. La Statoil, dal canto suo, non aspetta altro che il via libera.

La nuova rotta degli investimenti – Qualcosa è cambiato, però: nel 2014 il fondo sovrano norvegese ha venduto le azioni di 49 compagnie a rischio dal punto di vista ambientale e il governo ha deciso di abbandonare dal 2016 tutti gli investimenti nel carbone. Persino Statoil, che da un lato cerca di far trivellare i due arcipelaghi, dall’altro sta investendo circa 20 miliardi di corone in progetti eolici offshore. Entrando, per esempio, nel mercato tedesco attraverso una acquisizione del 50% del parco eolico off-shore Arkona. Sul quale la compagnia norvegese investirà 1,2 miliardi di euro, avviando una partnership con la tedesca E.On. Doppio sostegno, inoltre, alla compagnia energetica statale Statkraft, per la quale il Parlamento ha approvato un aumento di capitale di 5 miliardi di corone, mentre il governo ha annunciato che tra il 2016 e il 2018 preleverà dalle casse della società 5 miliardi di corone in meno per i dividendi. Tutte operazioni tese a favorire investimenti già in programma nelle rinnovabili. Sono in gioco più di 8 miliardi di dollari (dal 2010 la società ne ha già investiti 27). E se negli ultimi 20 anni è stata costruita una rete elettrica nazionale che oggi permette un approvvigionamento fino al 90% da fonti pulite, il futuro è nel Green Coastal Shipping Programme, un programma per la navigazione costiera sostenibile con le imbarcazioni più ecologiche del pianeta e un porto a basso consumo energetico.