La Cassazione ha confermato che Alberto Stasi ha massacrato Chiara Poggi la mattina del 13 agosto 2007. Ma la sentenza arrivata il 12 dicembre scorso che condanna l’allora fidanzato a 16 anni di carcere non ha chiarito tutti i punti oscuri sull’omicidio di Garlasco. Bisogna ancora scrivere un capitolo per chiudere l’intricata storia di questo delitto. Il protagonista di queste pagine mancanti è l’ex comandante della stazione dei carabinieri di Garlasco, il maresciallo Francesco Marchetto. Oggi in pensione e imputato per falsa testimonianza per le dichiarazioni fatte durante l’udienza preliminare al gup di Vigevano Stefano Vitelli, il 30 ottobre 2009, riguardo all’ascolto della testimone Franca Bermani: la donna che vide una bicicletta nera da donna appoggiata al muretto della casa dei Poggi in via Pascoli intorno alle 9 del 13 agosto 2007, orario compatibile con l’omicidio di Chiara.

All’allora sottufficiale venivano chiesti chiarimenti sul mancato sequestro della bicicletta in uso alla famiglia Stasi. Dichiarò “sotto giuramento e in più occasioni che la bicicletta rinvenuta nell’officina del Signor Stasi Nicola non corrispondeva alle caratteristiche descritte dalla Signora Bermani”. E affermò di essere stato presente durante la testimonianza della Bermani: circostanza però smentita dalla testimone tanto che la famiglia Poggi, tramite l’avvocato Gianluigi Tizzoni, ha depositato un esposto alla Procura di Pavia secondo cui il maresciallo “provvide in assoluta autonomia” a dettare un’annotazione di servizio dove attestava la non conformità fra i due mezzi.

La bicicletta di cui si sta parlando è la stessa a cui verranno sostituiti i pedali per cancellare eventuali tracce e che quando verrà sequestrata nell’aprile 2014, ben sette anni dopo l’omicidio, rappresenterà una delle chiavi di volta per la condanna di Stasi arrivata nel secondo processo d’appello a Milano, poi confermato dalla Suprema corte.  Una prova, che se acquisita subito, avrebbe potuto cambiare il tortuoso iter processuale.

Lunedì mattina Marchetto ha ricostruito la sua verità nell’aula del tribunale di Pavia davanti al giudice Daniela Garlaschelli e ai genitori di Chiara Poggi. Lo ha fatto con una dichiarazione spontanea con cui ha riavvolto il nastro della memoria fino a quel 13 agosto di 9 anni fa. L’ex sottufficiale ha ribadito di aver sentito “le sommarie informazioni” della signora Bermani, “anche se in maniera non continuativa, visto che quel giorno nella stazione dei carabinieri di Garlasco regnava la confusione e c’era un gran via vai”, ha precisato al telefono con ilfattoquotidiano.it il suo difensore, l’avvocato Roberto Grittini. Poi si è difeso dall’accusa di aver agito in maniera quantomeno superficiale non sequestrando la bicicletta nera vista il giorno dopo il massacro nell’officina di Nicola Stasi, dove il comandate va solo in compagnia del padre di un possibile sospetto, senza nessun collega. Circostanza di per sé anomala. “Nel verbale del 13 agosto la signora Bermani descrive la bicicletta vista davanti casa dei Poggi fornendo alcuni dettagli che non corrispondono a quelli della bicicletta vista nell’officina di Stasi”. Per questo non la fa sequestrare. “Quello che mi meraviglia – ha proseguito l’ex maresciallo – è che il 25 agosto la testimone viene nuovamente ascoltata e viene stilato un nuovo verbale. In questa occasione conferma i dettagli forniti una settimana prima e ne aggiunge degli altri. Io nel frattempo ero già stato esautorato dalle indagini. Ma perché nessuno alla luce di questi nuove dichiarazioni non va a controllare nuovamente il mezzo a disposizione di Stasi?”. Per Marchetto fin da subito non “si è voluto indagare a 360°”. “A poche ore dall’omicidio della povera Chiara, le voci di paese parlavano di una possibile pista che portava ad alcuni familiari. Lo dissi ai miei superiori che tutti gli alibi reggevano. Subito dopo smisi di occuparmi del caso”. Ma dove avrebbero condotto questi spunti investigativi? Marchetto non ha voluto dirlo ai giornalisti. Ma ha lasciato intendere che secondo lui Stasi non ha ucciso da solo. “Fosse dipeso da me, avrei chiesto il fermo del fidanzato già il giorno dell’omicidio. Gli chiesi com’era il volto di Chiara quando la trovò cadavere. Mi rispose che era pulito. Gli feci vedere una fotografia scattata da noi: era una maschera di sangue. Gli urlai: ‘Stronzo, questo ti sembra un volto pulito?”. In aula ha voluto poi sottolineare che le indagini su di lui sono state condotte dal capitano Gennaro Cassese, “contemporaneamente parte offesa in un procedimento proprio per calunnia proprio contro Marchetto”, ha ricordato il legale Grittini. Processo in cui l’ex maresciallo è stato condannato.

Subito dopo Marchetto, sono stati ascoltati come testimoni due figure chiave: il brigadiere Pennini e la signora Bermani. Il carabiniere ha ribadito che il suo superiore non era presente durante l’interrogatorio della testimone. “Nella mia stanza, attigua a quella del maresciallo, eravamo solo io e la Bermani”. Pennini, incalzato dai difensori Grittini e Paolo Lanceri, non ha escluso però che Marchetto si possa essere affacciato sulla soglia. Categorica invece la Bermani: “Quel giorno non ho visto il maresciallo”.

“L’escussione dei testimoni ha chiarito al di là di ogni dubbio che l’ex maresciallo non disse la verità davanti al gup di Vigevano nel 2009: non era presente durante all’interrogatorio della Bermani. Purtroppo quella testimonianza – ha sottolineato l’avvocato Tizzoni fuori dal tribunale – condizionò le due sentenze di assoluzione di Stasi. Risulta chiaro che se Marchetto avesse sequestrato la bici da donna nera in uso a Stasi il giorno dopo l’omicidio si sarebbero potuti risparmiare anni e soldi dei contribuenti”. La prossima udienza si terrà il 18 maggio. Marchetto parlerà ancora. In quell’occasione però dovrà rispondere alle domande del legale della famiglia Poggi e dell’accusa.