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“Un’amnistia di fatto anche per i reati più gravi”: l’allarme dei magistrati al Senato sulla nuova riforma della prescrizione

L'audizione del vicesegretario Anm Stefano Celli: l'ennesima modifica, segnala, rischia di "travolgere il lavoro fatto finora nelle Corti d'Appello", mandando in fumo migliaia di cause
“Un’amnistia di fatto anche per i reati più gravi”: l’allarme dei magistrati al Senato sulla nuova riforma della prescrizione
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“Un’amnistia di fatto, a macchia di leopardo e senza alcun reale collegamento con il disvalore dei reati addebitati agli imputati”. È questo il potenziale effetto sui processi se la riforma della prescrizione – l’ennesima – voluta dal centrodestra entrerà in vigore senza modifiche. A dirlo è Stefano Celli, pm a Rimini e vicesegretario dell’Associazione nazionale magistrati, nell’audizione al Senato sul disegno di legge approvato alla Camera ormai più di due anni fa, da poco “resuscitato” a palazzo Madama su richiesta di Forza Italia. In collegamento con la Commissione Giustizia, presieduta dalla leghista Giulia Bongiorno, Celli ha segnalato in particolare il rischio di “travolgere il lavoro fatto con paziente determinazione nelle Corti d’Appello” per adeguarsi all’ultima riforma sul tema, quella firmata nel 2021 dall’ex ministra Marta Cartabia.

La nuova riscrittura delle regole, infatti, sarebbe la quarta in meno di dieci anni e produrrebbe un caos normativo capace di mandare in tilt gli uffici giudiziari (come ha segnalato anche il Consiglio superiore della magistratura nel suo parere sul ddl). “Qualunque riforma della prescrizione, anche la migliore, se ravvicinata rispetto alla precedente crea un grave appesantimento e incertezza, e finisce con il fallire l’obiettivo, che è quello di creare certezza”, spiega il pm. Sottolineando, peraltro, come non si siano ancora iniziati a vedere gli effetti (“se non forse quelli psicologici”) della riforma Bonafede del 2019, che ha bloccato il decorso della prescrizione dopo la sentenza di primo grado e il governo vuol cancellare a tutti i costi: la legge-bandiera del M5s, infatti, si applica ai reati commessi dal 1° gennaio 2020, ancora troppo recenti per prescriversi. Insomma, “mancano completamente i dati concreti, che chiunque metta mano a una modifica farebbe bene a considerare”.

Il rischio più evidente, però, è nella sovrapposizione tra l’eventuale nuova legge e la riforma Cartabia. La ministra del governo Draghi, infatti, ha introdotto il controverso meccanismo dell’improcedibilità, per cui il processo si estingue se non si chiude entro un certo termine in Appello e in Cassazione; per i ricorsi proposti fino al 2024, la “tagliola” scatta rispettivamente dopo tre anni e un anno e mezzo. Le corti d’Appello, quindi, si sono organizzate per decidere le cause entro tre anni. Ma ora il centrodestra propone di abrogare sia la Bonafede sia la Cartabia, tornando a un meccanismo simile a quello previsto dalla riforma Orlando del 2017: il termine di prescrizione resta fermo per due anni dopo la sentenza di primo grado e per un anno dopo quella d’appello. Risultato? Se un fascicolo sta per prescriversi, da un giorno all’altro la Corte d’Appello non avrà più tre anni per “smaltirlo”, ma soltanto due; la Cassazione non più un anno e mezzo, ma un anno. E tutti i processi che sforano questo termine andranno in fumo. Ecco l'”amnistia di fatto” di cui parla Celli: “Lancio un grido di allarme affinché il legislatore provi a immaginarsi un sistema che renda l’impatto di questa riforma – se approvata – meno immediato, più graduale, così da dar modo alle Corti di Appello e di Cassazione di riorganizzare il ruolo, perché gli effetti sono sicuramente importanti e rischiano di travolgere un lavoro già fatto solo due anni fa”, dice in audizione.

Non solo: se il termine di due anni viene superato (anche solo di un giorno), il “bonus” si azzera e quei due anni vengono di nuovo contati ai fini della prescrizione. Una scelta che l’Anm definisce irragionevole, suggerendo di modificare la norma in modo da far ripartire la clessidra, alla scadenza del termine, da dove era rimasta quando la sospensione è iniziata: “In tal modo”, spiega il pm, “un ritardo di una settimana peserebbe per una settimana, e non per due anni e una settimana”.

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