La Cassazione ha confermato la condanna a 16 anni per Alberto Stasi per l’omicidio di Chiara Poggi. Quella del delitto di Garlasco è una vicenda processuale lunga e discussa. Ecco la cronologia dei fatti.

Era il 13 agosto 2007 quando Alberto Stasi, studente della Bocconi, chiamò il 118 per soccorrere la fidanzata Chiara Poggi, 26 anni, massacrata nella villetta di Garlasco, dove la ragazza viveva con la famiglia. “Un’ambulanza in via Giovanni Pascoli a Garlasco”, “credo abbiano ucciso una persona. Ma forse è viva…non lo so”. Quando i soccorsi arrivarono il cadavere era riverso sulle scale della cantina con il cranio fracassato.

Due giorni dopo il funerale, il 20 agosto, Alberto Stasi riceve un avviso di garanzia: il reato contestato è quello di omicidio volontario. Poi la perquisizione della casa, i sequestri delle sue tre auto e due biciclette, il cambio degli avvocati e il ritrovamento di tracce del Dna compatibile con quello di Chiara che portano alla firma del fermo per omicidio volontario da parte del pm Rosa Muscio, non convalidato dal gip, Giulia Pravon, in mancanza di prove.

Il 5 novembre viene depositato l’esito dell’autopsia: Chiara è stata uccisa tra le 11 e le 11.30, con un oggetto appuntito con cui è stata colpita dalle 10 alle 15 volte. L’ultimo colpo alla nuca, è stato mortale. Il 16 novembre i Ris consegnano la consulenza sulle tracce nella villetta. Sono di Chiara, dei suoi familiari e di Alberto. Il 20 dicembre Stasi è indagato anche per detenzione di materiale pedopornografico trovato nel suo pc (accusa da cui è stato assolto definitivamente). Il 27 marzo 2008 Alberto si laurea in economia alla Bocconi. Il 16 aprile, 225 giorni dopo l’omicidio, la famiglia Poggi rientra in possesso della casa, sequestrata dal giorno del delitto. Il 3 novembre 2008 la Procura di Vigevano chiede il rinvio a giudizio.

L’udienza preliminare inizia il 24 febbraio 2009, due anni dopo l’omicidio, davanti al gup Stefano Vitelli. Stasi chiede il rito abbreviato, mentre il 9 aprile i pm Rosa Muscio e Claudio Michelucci chiedono per lui 30 anni di carcere. La decisione del gup arriva il 30 aprile: una superperizia con verifiche sul computer di Stasi, sul percorso compiuto quando trovò il corpo di Chiara, sull’orario della morte e un sopralluogo nella villetta. Ma le prove sono giudicate insufficienti e il 17 dicembre 2009 Stasi è assolto con la formula della mancanza o contraddittorietà o insufficienza delle prove. La sentenza viene impugnata.

Il processo d’appello davanti ai giudici milanesi parte l’8 novembre 2011. Il pg Laura Barbaini chiede 30 anni, ma il 6 dicembre la Corte d’appello conferma l’assoluzione. Una sentenza annullata dalla Cassazione il 18 aprile 2013 che rinvia gli atti per la celebrazione di un nuovo processo d’appello. Il 31 ottobre i supremi giudici depositano le motivazioni: il verdetto di secondo grado di assoluzione di Stasi ha “un approccio non coerente ai principi della prova indiziaria” e segue un “non corretto percorso metodologico”. Gli elementi indiziari sono considerati in maniera isolata “e avulsi dal loro contesto”.

Il processo bis si apre a Milano il 9 aprile. Il 30 dello stesso mese i giudici decidono di riaprire il dibattimento e disporre nuovi accertamenti per individuare il Dna mitocondriale da un capello corto castano chiaro trovato nel palmo della mano sinistra di Chiara e sui margini delle unghie della ragazza; la ripetizione dell’esperimento della cosiddetta camminata di Stasi sulla scena del crimine, estendendolo anche ai primi due gradini della scala su cui fu trovata senza vita la sua fidanzata e che Alberto dice di aver sceso; il sequestro della bici nera della donna nella disponibilità degli Stasi al fine solo di sottoporla alla ricognizione delle due testimoni.

Il 24 novembre l’accusa chiede 30 anni di carcere per Alberto Stasi. Tre giorni dopo gli avvocati di parte civile, Francesco Compagna e Gian Luigi Tizzoni, chiedono più che un risarcimento, indicato in un milione di euro, “giustizia per Chiara, quella giustizia che attendiamo da anni”. Per la parte civile ci sono ben undici indizi contro Alberto: dalla camminata ai graffi, dalle scarpe alla telefonata al 118, dalle bici e lo scambio di pedali alle bugie.

Infine, il 17 dicembre l’ultima sentenza: Stasi è condannato a 16 anni di carcere. Il calcolo della pena viene fatto partendo dalla pena base per l’omicidio non aggravato: 24 anni, che sono stati ridotti di un terzo (otto anni) essendo il processo stato definito con rito abbreviato. L’impugnazione, scontata, della sentenza in Cassazione ha evitato a Stasi di finire in carcereFino alla conferma della condanna di osabato 12 dicembre.