L’ultima telefonata nei giorni scorsi. Ha chiamato i suoi in Parlamento per un aggiornamento sul lavoro e la gestione dei gruppi. E poi la solita domanda sulla campagna elettorale: Roma, Roma, Roma. Obiettivo fisso degli ultimi mesi, Gianroberto Casaleggio se n’è andato prima di vedere se avrebbe vinto la sua scommessa nella Capitale, prima di sapere se il “vinciamo noi” che tanta sfortuna aveva portato alle Europee sarebbe stato finalmente il grido di riscatto per il Movimento 5 stelle.

Imprenditore che sognava di fare la rivoluzione con la disciplina, leader politico controvoglia e piuttosto padre di una creatura che non aveva nessuna intenzione di far camminare da sola, Casaleggio lascia il M5s nel momento della verità. Mente e organizzazione, ma soprattutto strategia manageriale: leggenda vuole che sia stato proprio lui a fermare Beppe Grillo alla fine di un suo spettacolo a Livorno nel 2004 e gli abbia detto “adesso facciamo qualcosa”. Una coppia di amici, il comico e il “guru”, così improbabile quanto completa. E’ partita così la storia di un progetto sgangherato che nel giro di pochi anni ha portato 163 “portavoce” in Parlamento.

Capelli ricci grigi, timido e scontroso: non voleva starci lui sul palco, anche se alla fine un po’ ci aveva preso gusto. Quelli sono i suoi figli e quando il Movimento ha cominciato a essere più grande, Casaleggio ha voluto prendere il microfono e dirglielo: ce la faremo e andremo sempre più lontano. “Oh mamma“, raccontano che abbia esclamato nel 2013 dietro le quinte poco prima di presentarsi al comizio di piazza San Giovanni a Roma. Ma se Grillo scherzava sul fatto che sarebbero entrati in Parlamento, lui ne era convinto e voleva uscire fuori per dirlo con la sua voce.

Ultimamente aveva solo un pensiero: le elezioni a Roma. Lavorava per quello, chiedeva il massimo sforzo e ci credeva. Il leader stanco, molto più di Beppe Grillo che tanto è andato in giro a sbandierare passi indietro, pensava che fosse ormai questione di tempo: “Il Movimento 5 stelle vincerà alle politiche, ma prima serve prendere la Capitale”, diceva. Il primo dei perplessi era il comico che nelle riunioni in vivavoce faceva le smorfie e gli scongiuri: e se poi non siamo all’altezza? La domanda gira come uno spettro da mesi, ma Casaleggio non ha mai voluto sentire ragioni: la Capitale è il banco di prova per diventare grandi. Per chi lo conosce, sa che dietro c’è anche e soprattutto il pensiero della programmazione neuro-linguistica, il metodo con cui preparava i parlamentari per andare in televisione, e a cui tanto lui stesso si è affidato. “Se l’uomo crede alla vittoria, l’universo cospirerà perché le sue aspirazioni vengano realizzate”. Nella testa di Casaleggio non è una follia, ma una tecnica: “Puntare alla luna per arrivare alle stelle”.

Non ha mai pensato che sarebbe stato facile. Per questo Casaleggio diffidava di tutto e di tutti. Nel suo cerchio di via Moroni, gli uffici dell’azienda a pochi respiri dalla Scala di Milano e in pieno centro storico, voleva solo i più fidati. A tenergli il braccio collaboratori fedeli e amici, ma con la coda dell’occhio stava sempre a guardarsi le spalle. Più il Movimento 5 stelle cresceva e più la sua preoccupazione era come tenere il controllo: “Non possiamo sbandare adesso”. Restare sui binari, evitare i passi falsi. Lo staff doveva passare dal suo vaglio: “Accetto le pugnalate dei nemici, ma non quelle degli amici“, la sua regola. E così giù di espulsioni, scomuniche via blog e richiami quasi-ufficiali: il terrore per Casaleggio era perdere i fili del Movimento che lui stesso aveva fondato. Un’eventualità da scongiurare, a costo di perdere decine di parlamentari lungo la strada.

Il piano era quello di restare, almeno per il momento. Anche quando Grillo ha annunciato il semi ritiro, lui ha scelto di nominare un direttorio. Ma non è andato oltre. Perché almeno adesso era pericoloso. Il tallone d’Achille di Casaleggio resta la democrazia diretta: lui, teorico della partecipazione dal basso, dell’uno vale uno, del “non vogliamo leader mai”, della “rete rivoluzionerà il mondo”, non è riuscito a fare il passo di lato. Sua la gestione del blog, sua la certificazione delle liste con un unico braccio destro: il figlio Davide, figura controversa ma che, per chi ha buona memoria, c’è dal primo momento della fondazione del Movimento. Quando Marco Travaglio gli ha chiesto se avrebbe fatto il ministro, ha risposto “perché no” e si è tradito mostrando che nel gioco c’era pure un po’ di vanità. Nonostante le richieste, le votazioni sono sempre state sulla sua piattaforma, decise da lui nei tempi e nei modi e soprattutto senza una società terza a controllarne l’imparzialità. “Ma è logico che è in buona fede”, ripetono a memoria i parlamentari M5s. Ma più il Movimento cresceva e più le contraddizioni intorno prestavano il fianco agli attacchi.

A chi lo ha incontrato una volta o poco più spesso risultava antipatico. Silenzioso, così rigido nei suoi vestiti, sempre a rispondere a monosillabi e con gli occhi di ghiaccio a giudicare ogni domanda. Che sia vero oppure no, Casaleggio raccontano che ci soffrisse molto. Ci ha scritto un ebook (Insultatemi pure) con tutte le accuse che ha ricevuto, finendo per apparire come vittima di una situazione che nel bene o nel male è sempre dipesa da lui. “Chi lo pensa non ha capito niente”, commentano i suoi oggi. “Aveva un cuore grande e soprattutto ascoltava sempre e sapeva cambiare”. Il leader che pubblicamente non perdona viene descritto così da chi lo ha circondato fino all’ultimo giorno. Padre severo della sua creatura, poteva concepire il confronto ma solo a tu per tu per un chiarimento che fosse privato.

Un’unica volta è tornato sui suoi passi ed è stato quando ha deciso che i parlamentari avrebbero potuto andare in tv per presenziare nei talk show. Valeva la pena di calpestare un principio fondatore, perché l’obiettivo era quello di arrivare a più gente possibile. Ottimista quasi per dovere, strafottente verso il potere che non rispettava e preoccupato di vincere. Avrebbe voluto essere lasciato in pace mentre pianificava di arrivare al governo con quelli che erano figli e che come tali convocava ogni venerdì a Milano per sapere cosa avessero combinato durante la settimana. Se ne va così sul più bello, senza testamento politico per il lungo termine e con eredi ancora impreparati. E con quella fissa di conquistare Roma che ora più che mai diventa la sfida decisiva.