Quando c’è un referendum, l’effetto comunque positivo è che si stimola una discussione generale che dovrebbe coinvolgere tutti i cittadini.

Nel referendum “sulle trivelle questo aspetto è particolarmente importante, specie in questa fase storica in cui le leggi vengono imposte dal governo o attraverso decreti legislativi o attraverso decreti legge che poi si fanno passare con il voto di fiducia, ed il consenso viene ricercato non attraverso approfondimenti ragionati ma con slogan semplificati sapientemente studiati.

In questo quadro, la strategia dei sostenitori del no tende a limitare il dibattito tenendo un profilo molto basso basato sul dato letterale del quesito referendario presentato come politicamente irrilevante e addirittura controproducente per gli interessi del paese perché ci farebbe rinunciare a sfruttare risorse nostre che dovremmo acquistare all’estero.

- La petrolifera Rospo Mare B, di proprietà di Edison ed Eni - Ansa

Facciamo, allora, subito chiarezza su questo punto. Il quesito referendario era “obbligato” ma, comunque, riguarda una circostanza certamente non irrilevante. Se vince il no (o non si raggiunge il quorum), le estrazioni off shore esistenti entro le 12 miglia continueranno “ex lege” per un tempo indefinito, fino all’esaurimento del giacimento: se vince il sì, invece, cesseranno alla scadenza della concessione. Questo non vuole dire affatto che cesseranno subito ma entro un arco di alcuni anni. E peraltro – circostanza ancora più importante – potranno esservi delle proroghe ma solo se precedute da nuove, approfondite indagini attraverso una valutazione di impatto ambientale. Indagini che non ci sarebbero se vince il no.

Quindi, pur se ci si mette nell’ottica del no (o di chi si astiene), non si rinuncia a niente ma si confermano delle scadenze tese a garantire la salvaguardia della salute e dell’ambiente.

Eliminata questa (infondata) obiezione, occorre, con buona pace dei sostenitori del no e dell’astensione, allargare lo sguardo ed andare al vero nocciolo della questione.

E’ vero, infatti, che il quesito referendario ha, a livello letterale, una portata limitata ma questo dipende dalle vicende legislative da cui deriva. Infatti, la norma in contestazione è contenuta, come abbiamo detto, nel cosiddetto “decreto sblocca Italia” e faceva parte di un disegno ben più ampio in cui “le attività di prospezione, ricerca e coltivazione di idrocarburi e quelle di stoccaggio sotterraneo di gas naturale rivestono carattere di interesse strategico e sono di pubblica utilità, urgenti e indifferibili. I relativi titoli abilitativi comprendono pertanto la dichiarazione di pubblica utilità, indifferibilità ed urgenza dell’opera e l’apposizione del vincolo preordinato all’esproprio dei beni in essa compresi…” (art. 38).

E non a caso, sempre nello “Sblocca Italia” compariva il secondo cardine della strategia governativa, e cioè una rete nazionale di inceneritori che “costituiscono infrastrutture e insediamenti strategici di preminente interesse nazionale, attuano un sistema integrato e moderno di gestione di rifiuti urbani e assimilati, garantiscono la sicurezza nazionale nell’autosufficienza, consentono di superare e prevenire ulteriori procedure di infrazione per mancata attuazione delle norme europee di settore e limitano il conferimento di rifiuti in discarica” (art. 35).

Appare, quindi, chiarissimo quale è il tipo di “sviluppo” scelto dal governo per la “crescita”: petrolio e combustibili fossili senza limiti, unitamente al massimo del consumismo (più si compra, più si producono i rifiuti indispensabili a far funzionare una rete nazionale di inceneritori).

Ed è appena il caso di dire che trattasi di due opzioni entrambe in contrasto con gli impegni internazionali dell’Italia: la prima per l’assenza di scadenze e per la contraddizione con gli impegni di Kyoto e Parigi, la seconda per il mancato rispetto della strategia comunitaria sui rifiuti che prevede il ricorso agli inceneritori al penultimo posto, come residuale rispetto alle prime opzioni: e cioè la prevenzione (occorre ridurre la produzione di rifiuti) ed il riciclaggio (recupero dei rifiuti come materia).

Oggi, grazie all’impegno di molte Regioni e delle associazioni ambientaliste, parte della strategia governativa sui fossili è caduta; e, per questo, è rimasto un solo quesito referendario.

Ma la sostanza delle scelte governative non è cambiata. Ed è questo il vero significato del voto.

Votare sì al referendum significa, allora, rifiutare il vecchio tipo di crescita imposta dallo “Sblocca Italia” le cui conseguenze in tema di equità, salute ed occupazione ci sono ben note e chiedere, invece, con forza un diverso sviluppo non solo quantitativo ma teso a migliorare la qualità della vita, alla preservazione ed alla valorizzazione delle risorse ambientali, a mitigare le diseguaglianze, a privilegiare l’essere rispetto all’avere.

Questa è la vera posta in gioco. E non a caso il Vaticano, tramite i vescovi, ha richiamato per primo l’importanza di un referendum che, di fatto, si collega direttamente ai contenuti della enciclica “Laudato sì”, dove, accanto alla condanna del consumismo, si evidenzia con chiarezza che “la tecnologia basata sui combustibili fossili, molto inquinanti – specie il carbone, ma anche il petrolio e, in misura minore, il gas –, deve essere sostituita progressivamente e senza indugio“. E si condanna la “spensierata irresponsabilità che ci serve per mantenere i nostri stili di vita, di produzione e di consumo”.