Un “concreto pericolo di infiltrazioni mafiose” che dalla Sicilia scala l’Italia fino all’Umbria. Attraverso una complessa rete societaria e un’intricata tela di collegamenti aziendali. Un sistema di scatole cinesi dal quale spunta, ripetutamente, il nome del re della monnezza romana proprietario della maxi-discarica di Malagrotta, Manlio Cerroni. E’ l’allarmante quadro delineato dall’interdittiva antimafia adottata dalla Prefettura di Perugia nei confronti della Gesenu spa, l’impresa a capitale misto pubblico-privato attiva nel settore della raccolta dei rifiuti nella regione dell’Italia centrale. E, attraverso partecipazioni in diverse società, anche in altre aree del Paese. Una vicenda che, per la sua gravità, ha spinto addirittura la commissione d’inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti, presieduta dal dem Alessandro Bratti, a fare tappa proprio in Umbria. Storica regione rossa fino a qualche anno fa bastione della moralità pubblica, vanto della sinistra. E ora in preda a polemiche e riflessioni. Come quella scatenata dalla presa di posizione del sottosegretario agli Interni Gianpiero Bocci che, all’indomani del provvedimento della prefettura, ha puntato l’indice contro l’atteggiamento dell’intera classe politica regionale: “La vicenda dei rifiuti ci restituisce uno spaccato non in linea con la storia democratica dell’Umbria – ha tuonato il sottosegretario -. Mi aspettavo e mi aspetto che da parte dei partiti ci sia una presa di posizione netta”. 

DA CATANIA A PERUGIA – Una vicenda che ha scatenato un autentico terremoto. E che prende le mosse dalla Sicilia con un’altra interdittiva. Quella emessa il 10 ottobre 2014 dalla Prefettura di Catania nei confronti del Consorzio Simco, con sede legale a Motta Sant’Anastasia, di cui Gesenu è socia. Anche in base alle risultanze contenute in un’informativa dei Carabinieri, che ha accertato come 29 dipendenti “su una complessiva popolazione lavorativa di 550” addetti, il 5,27% del totale, risultavano “pregiudicati anche per gravissimi reati, quali associazione per delinquere di stampo mafioso, estorsione, rapina, associazione finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti”. Un’interdittiva che, il 24 giugno 2015, la Prefettura di Catania trasmette a quella di Perugia e nella quale è indicata anche la ripartizione del capitale sociale del consorzio Simco. Nella cui compagine compare, innanzitutto, la Mosema spa, della quale “Gesenu è socio al 40,2%” e che rappresenta, quindi, il tramite di collegamento tra la stessa Gesenu e il consorzio Simco. Al quale partecipa anche un’altra consorziata finita nel mirino della Prefettura catanese: Oikos spa, anch’essa destinataria, l’11 agosto 2014, di un ulteriore provvedimento interdittivo.

CHIUSO PER MAFIA – Un intreccio societario che, si legge nel provvedimento antimafia a carico di Gesenu, evidenzia un “quadro di elementi tali da ritenere fondatamente sussistente un concreto pericolo di infiltrazioni mafiose in grado di condizionare le scelte e gli indirizzi dell’impresa in questione”. Che detiene, si legge nell’interdittiva del 26 ottobre 2015 emessa dalla Prefettura di Perugia, partecipazioni “in numerose imprese e società operanti nel campo dei rifiuti e della gestione ambientale, alcune delle quali, dagli approfondimenti in corso risultano essere state interessate da procedimenti penali ed attività di polizia giudiziaria per gravi ipotesi di reato”. Fra queste la Tirrenoambiente spa con sede a Messina (della quale Gesenu è socio al 10%), “coinvolta nelle indagini relative alla gestione della discarica di Mazzarrà Sant’Andrea”. Socio di maggioranza della Tirrenoambiente è lo stesso Comune, sciolto per infiltrazioni mafiose dal Consiglio dei ministri il 12 ottobre 2015.

TRAVOLTI DAL MAESTRALE – Ma “anche altre società della galassia Gesenu sono interessate da indagini e provvedimenti giudiziari”, rileva il Prefetto di Perugia. E’ il caso della Viterbo Ambiente scarl (della quale il 51% del capitale fa capo proprio alla Gesenu), coinvolta nell’operazione “Vento di Maestrale” dei Carabinieri del Noe del capoluogo laziale che il 3 giugno 2015 ha portato all’esecuzione di “un’ordinanza di custodia cautelare nei confronti di Carlo Rosario Noto La Diega”, presidente del Consiglio di amministrazione, già amministratore delegato di Gesenu, ex consigliere di amministrazione di Tirrenoambiente, nonché ex coordinatore per il monitoraggio ambientale della discarica romana di Malagrotta. Il suo nome compare “nell’organigramma di varie società a vario titolo collegate alla Gesenu ed al gruppo Cerroni”, come “Secit srl, Tecnowaste srl, Green Utility spa, Ambiente Italia srl” e “in atti giudiziari è indicato quale uomo di Cerroni”. Cioè di Manlio Cerroni, il re della monnezza capitolina proprietario della stessa discarica di Malagrotta. Imputato, tra l’altro, per associazione a delinquere finalizzata a “commettere una serie indeterminata di reati di abuso d’ufficio, falso in atto pubblico, traffico di rifiuti, truffa aggravata, frode in pubbliche forniture, gestione illecita di rifiuti e comunque qualsiasi atto o attività illeciti necessari a consentire il mantenimento o l’ampliamento della posizione di sostanziale monopolio” dello stesso Cerroni e delle sue aziende “nel settore della gestione dei rifiuti solidi urbani prodotti dai comuni insistenti all’interno della Regione Lazio”.

CERRONI PIGLIATUTTO – All’esame del Prefetto di Perugia è finito anche il materiale investigativo del Gico della Guardia di Finanza. Che ha scavato nel sistema di scatole cinese che racchiudono l’assetto societario e le molteplici ramificazioni della Gesenu spa. Costituita nel 1980, l’impresa si occupa della “gestione di servizi di nettezza urbana e complementari, costruzione, partecipazione e gestione di impianti per il trattamento e trasformazione dei rifiuti solidi e liquidi”, nonché della “loro vendita, raccolta, trasporto e smaltimento”. Il capitale sociale di 10 milioni di euro risultava, all’epoca degli accertamenti, detenuto per il 45% (4,5 milioni per 900 mila azioni) dal Comune di Perugia, per un altro 45% dalla A.Cecchini & C. srl e per il restante 10% (un milione per 200 mila azioni) da Rosario Carlo Noto La Diega. Considerato, come detto, “uomo di Cerroni”. E’ grazie a lui che “si può pertanto dedurre che la famiglia Cerroni di fatto controlla sia la Gesenu spa e, attraverso questa e la compartecipata Mosema, il consorzio Simco spa”. Quanto alla A.Cecchini & C. srl, il suo capitale sociale di 130 mila euro era ripartito tra le figlie di Cerroni, Donatella e Monica (per il 5% ciascuna pari a 6.500 euro), e la Sorain Cecchini Ambiente spa (per il 90% pari a 117 mila euro), a sua volta controllata (al 100%) dalla Sorain Cecchini spa. Le cui quote sono ripartite tra Manlio Cerroni (330 mila euro pari al 66% del capitale) e le figlie Donatella e Monica (con il 17% pari a 85 mila euro ciascuna).

MERCATO DISTORTO – Ma non è tutto. Scorrendo l’interdittiva spuntano altre sorprese. “Nell’esaminare gli assetti societari delle imprese all’epoca operanti nel ciclo dei rifiuti, la relazione della Commissione parlamentare d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti e sulle attività illecite ad esso commesse”, evidenzia come alcuni gruppi “rappresentano una rilevante quota dell’imprenditoria di settore che se non è ancora un cartello è certamente un sistema che presenta elementi rilevanti di distorsione del mercato”. Insomma, una fitta trama di compartecipazioni societarie che ha spinto la Prefettura di Perugia a “ritenere sussistente il pericolo di tentativi di infiltrazione mafiosa nella ditta Gesenu spa” con sede legale nel capoluogo umbro. E ad adottare il provvedimento di “informazione interdittiva antimafia”. Una misura preventiva, che non rappresenta un giudizio di colpevolezza, ma che in presenza di elementi di pericolo legittima l’adozione di misure idonee a scongiurare la possibile ingerenza illecita nell’attività dell’impresa da parte della criminalità organizzata. Il tutto in una Regione che si riteneva sinora lontana anni luce dalla sola ombra della mafia.

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