Il ceto medio non è in via di estinzione. E la società uscita dalla grande recessione del 2008-2009 e dalla crisi dei debiti sovrani del 2011-2013 non è spaccata in due tra un’elite che ha potere e ricchezza e le classi popolari, senza nulla in mezzo. E’ vero, però, che la classe media si ritrova stretta tra una minoranza di facoltosi e una working class ​a cui si è aggiunto un esercito di precari. Ha sempre più difficoltà a riconoscersi e si sente poco rappresentata dalla politica e poco assistita dallo Stato sociale, proprio nella fase in cui ne avrebbe più bisogno.​ E’ il quadro tracciato da La questione del ceto medio – Un racconto del cambiamento sociale (Il Mulino), excursus del sociologo Arnaldo Bagnasco sull’evoluzione del capitalismo e della regolazione del mercato e i loro effetti sulla stratificazione sociale.

Secondo Bagnasco, se ​queste tendenze dovessero continuare e le condizioni degli strati più bassi della piramide peggiorassero ancora, ​il ceto medio ​potrebbe diventare – insieme al precariato “esplosivo” descritto da Guy Standing – quello che i sociologi definiscono un “luogo sociale del rischio“​: u​n gruppo radicalizzato, travolto dal panico di arretrare ancora e finire nel gruppo di chi non ha certezze lavorative e non può contare su ammortizzatori. Gli esiti, nello scenario peggiore, potrebbero essere simili a quello causato dalla reazione delle classi medie europee alla crisi degli anni Trenta del secolo scorso: l’ascesa dei totalitarismi.

​Il racconto dell’accademico dei Lincei intreccia ​storia, politologia e risultati della ricerca empirica. Il punto di partenza è la nascita del “capitalismo organizzato” nella seconda metà del Novecento, quando si sviluppano in parallelo la grande industria e il welfare state e il ceto medio prende la ribalta. Poi arrivano la svolta liberista, la globalizzazione e le delocalizzazioni. La finanza, da strumento, diventa cuore dell’economia. La sicurezza del posto di lavoro viene meno, le famiglie si indebitano, i redditi ristagnano e anche le classi medie iniziano a fare i conti con la “sindrome della quarta settimana“. Uno shock.

Il capitolo finale è dedicato al caso italiano. Bagnasco dà conto di come, secondo diversi studi, nel nostro Paese la disuguaglianza dagli anni Novanta a oggi sia rimasta sostanzialmente stabile. Ma i dati aggregati nascondono cambiamenti significativi: i redditi di autonomi e dirigenti sono aumentati mentre quelli di impiegati e operai hanno perso terreno. Bankitalia calcola che, fatto 100 il reddito medio dei lavoratori indipendenti, nel 2004 quello di un operaio era pari a 82, quello di un impiegato 106, quello di un dirigente 184. Nel 2012 il primo è sceso a 79, gli altri due sono saliti rispettivamente a 107 a 196. Il risultato? “Nel 2006, prima della crisi, il 60,5% degli operai si considerava di classe media, percentuale dimezzata oggi al 31%”.

Così, se nel 2006 il 60% degli italiani dichiarava di far parte del ceto medio, ora vi si identifica solo il 41%, mentre il 51,5% si colloca nelle categoria “classe operaia” o “popolare” e un 7% di happy few si definisce borghesia o classe dirigente. Società più polarizzata e ceto medio “strizzato”, appunto. Ma con un elemento in più che caratterizza l’Italia rispetto agli altri Paesi europei: da noi il divario è aumentato soprattutto per effetto di uno “slittamento verso il basso delle famiglie e delle persone ai gradini inferiori della scala”. Nel frattempo accanto ai lavoratori autonomi, categoria storicamente più ampia in Italia che nel resto d’Europa, è cresciuta una vasta zona grigia di precari per i quali lo status percepito non corrisponde al reddito (basso) e a cui lo Stato impone obblighi contributivi e normativi senza offrire “cittadinanza sociale“, cioè accesso a certi standard di consumo, salute, istruzione.

A questo punto Bagnasco mette sotto la lente il ruolo, nel determinare le difficoltà del ceto medio, delle politiche sociali neoliberiste. L’Inghilterra, che ha avviato riforme di quel segno ben prima della Penisola e ne sta toccando con mano gli effetti, offre secondo il sociologo una pietra di paragone preziosa. Stando a uno studio recente, “l’introduzione della logica di mercato nella produzione di servizi collettivi e in infrastrutture, misure come lo scorporo di attività ministeriali in agenzie definite quasi non governative, la forte delega di autonomia a scuole e ospedali, l’uso di indicatori standard per valutare gli esiti contrattuali e l’uso di agenzie indipendenti per il monitoraggio” hanno prodotto esiti deleteri: “gigantesche procedure burocratiche”, “aziende subappaltatrici che non hanno fornito i servizi stabiliti”, “individui che hanno imparato a ingannare il sistema degli indicatori”, “erosione della fiducia nello spirito del servizio pubblico”. Una “ingegneria sociale”, nota Bagnasco, che “sembra proprio portare in direzione dei tradizionali mali d’Italia“. Italia che però, nel tentativo di recuperare efficienza, sta prendendo esempio proprio da quell’esperienza.