Joann Rupert, un magnate con 8 miliardi di dollari di patrimonio personale, a una conferenza a Monaco ha detto che non riesce a dormire, perché immagina che ogni persona là fuori si ribelli, prenda le armi e vada a prenderlo con i forconi: ‘E sapete una cosa? Avrebbero ragione loro’, ha detto. La nostra speranza è che sempre più di queste persone abbiano gli incubi”. Guy Standing non è più soltanto un autorevole sociologo ed economista (ora insegna alla School of Oriental and African Studies). È diventato un profeta dell’avvento del precariato come “nuova classe esplosiva”. Sta finendo il suo terzo libro sul tema, dopo Precariato (Il Mulino, 2012) e Diventare cittadini (Feltrinelli, 2015). È riuscito a spiegare a un pubblico anglosassone che l’estrema flessibilità del mercato del lavoro imposta soprattutto ai giovani, l’erosione dei loro diritti, la perdita del controllo sul loro tempo di vita, non sono sintomi inevitabili della vitalità del capitalismo, ma un cambio epocale. Abbiamo incontrato il professor Standing a Udine, al Future Forum promosso dalla Camera di Commercio locale.

Professor Standing, qui in Italia si dice che sta arrivando un po’ di ripresa, che il peggio è alle spalle.
Negli ultimi trent’anni l’offerta di lavoro, di persone nel mercato del lavoro globale, è quadruplicata. E molti di questi sono abituati a salari pari a un cinquantesimo di quanto un lavoratore francese o italiano può considerare accettabile. Non serve un dottorato in economia per capire che questo mette una forte pressione al ribasso sui salari, che infatti iniziano a convergere verso il basso a livello globale.

Con quali ripercussioni?
Ovunque, nel mondo, la quota di ricchezza prodotta che va verso il capitale aumenta, quella che va al lavoro scende. Il Paese dove la forbice è maggiore è la Cina. Ma la crescita della disuguaglianza in termini di condizioni sociali è salita molto più di quella dei redditi. Smantellare il vecchio assetto social democratico ha comportato che i lavoratori hanno perso accesso ai benefici non legati al lavoro.

In Italia c’è Matteo Renzi, la sinistra che vince anche usando ricette della destra.
Renzi è come Tony Blair all’inizio: vuole tagli di tasse. Chi ne beneficia? E chi subisce il costo dei tagli di spesa? Gradualmente perdi la tua base, cercando di applicare un approccio utilitarista alla tua idea di classe media. E così i partiti della sinistra tradizionale muoiono. Ma si aprono spazi per una nuova politica progressista.

Quindi la sinistra tradizionale deve morire perché ne possa emergere una contemporanea?
No, ma la sua frammentazione e liquefazione è già in atto: sta succedendo in Spagna, con l’ascesa di Podemos. Ma accade lo stesso anche in Polonia e in Danimarca. E in Grecia, dove il Pasok è stato ucciso. Poi Tsipras ha fallito, ma ha dimostrato che c’era un nuovo spazio politico. Un leader di un grande partito di sinistra mi ha confidato: ‘Guy, io sono d’accordo con quello che dici, ma se lo dico i sindacati e la vecchia guardia mi fanno fuori’. Gli ho risposto: allora non dovresti essere il leader.

I sindacati sono parte del vecchio da distruggere o l’ultimo baluardo?
Sono sempre stato un membro del sindacato. Ma se comincio a parlare di reddito minimo, la reazione più furiosa arriva proprio da loro, dai sindacati. Eppure significa redistribuire sicurezza e reddito. Un leader sindacale italiano ha confessato: ‘La verità è che se le persone hanno una sicurezza di base, non si iscrivono ai sindacati’.

E così avanzano i partiti degli arrabbiati. La chiamano antipolitica.
Un leader politico europeo mi ha scritto: ‘Il precariato è post-politico’. Io gli ho risposto con rabbia: ‘No, semplicemente non vota per te. Non è più vero che i precari non si sanno organizzare’. Noam Chomski mi ha chiesto: ‘Cosa pensi di Jeremy Corbyn, il nuovo leader dei laburisti britannici?’. Gli ho risposto: ‘Non sono religioso, ma se lo fossi direi che è più Giovanni Battista che Gesù Cristo’. Corbyn ha ucciso il Labour, lo ha reso ineleggibile. E Bernie Sanders, il candidato alla Casa Bianca che si proclama socialista può fare lo stesso con il Partito democratico americano. È l’inizio del cambiamento. Su un muro di Madrid ho letto un graffito della stagione degli Indignados: ‘Il peggio sarebbe tornare alla vecchia normalità’. Non vogliamo tornare al periodo laburista.

Qualcosa si muove.
In Polonia, poco prima delle ultime elezioni, un movimento di precari mi ha chiesto un incontro. Si chiamano Razem, poche settimane dopo hanno preso 700.000 voti. Podemos è diventato un movimento in pochi mesi. Anche in Danimarca, dal nulla il partito che rappresenta le istanze del precariato è arrivato al 10 per cento. I precari si stanno riconoscendo tra loro ed entrando nell’arena politica.

Perché lei sostiene la necessità del reddito minimo di cittadinanza?
È un modo di redistribuire la ricchezza generata dai nostri predecessori. È un dividendo dalla collettività che spetta ai residenti legali in un Paese, inclusi i migranti. Senza condizioni, non legato alla ricerca di lavoro. L’unico modo per controllare il tempo di lavoro nella società del precariato è dare alla gente la possibilità di dire no. E si può fare solo se si dà un reddito sufficiente a consentire la scelta.

da Il Fatto Quotidiano del 24 febbraio 2016