Sette vittorie consecutive in campionato, ventitre gol fatti in nove partite, calcio spettacolo. La Roma è rinata dall’arrivo di Luciano Spalletti. Ma presto l’entusiasmo contagioso che si respira nella Capitale potrebbe cedere il posto al rimpianto: se la dirigenza avesse preso prima la decisione inevitabile di cacciare Rudi Garcia, adesso la posizione dei giallorossi in classifica avrebbe potuto essere ben diversa. Sicuramente più su, forse abbastanza per giocarsi lo scudetto, e non assistere da lontano al duello Juve-Napoli, e all’ennesima stagione che scivola via senza trofei.

Il calcio non si gioca con i se e con i ma. Basta fare una semplice proiezione matematica, però, per accorgersi di quello che sarebbe potuto essere e probabilmente non sarà. Dal suo ritorno sulla panchina giallorossa, Luciano Spalletti ha totalizzato 22 punti su 27 disponibili: una media super di 2,44 a partita. Con Garcia quest’anno era di 1,79. Se l’esonero fosse arrivato per tempo – diciamo a dicembre, dopo la sconfitta casalinga contro l’Atalanta che aveva ormai sancito l’irreversibilità della crisi – Spalletti avrebbe avuto a disposizione almeno tre turni abbordabili, in casa contro il Milan (che allora pure navigava in pessime acque), in trasferta contro Chievo e Torino, per provare a vincere partite che i giallorossi hanno pareggiato in maniera deludente. Senza considerare che sarebbe arrivato più pronto alle partite contro Hellas Verona (occasione sprecata contro l’ultima in classifica) e allo scontro diretto di Torino contro la Juventus. Impossibile quantificare di preciso la differenza, ma non sarebbe stato difficile fare 4-5 punti in più, visto il cammino modesto dei giallorossi fra dicembre e inizio gennaio. Esattamente quelli che servirebbero per essere in scia di Juve e Napoli.

C’è una data che rappresenta il crocevia della stagione. Un risultato in teoria positivo, una partita che è stata festeggiata dalla squadra ma che probabilmente rappresenta la rovina dell’annata giallorossa: Roma-Bate Borisov del 9 dicembre, il pareggio che è valso il passaggio del turno in Champions League. In quei giorni tesi di vigilia in città si diceva: “Se Garcia perde, lo cacciano”. La squadra strappò uno 0-0 tra i fischi e si qualificò agli ottavi, Garcia rimase (ancora per poco) al suo posto. Ma oggi è chiaro che sarebbe stato meglio perdere. Il sorteggio è stato malevolo, regalando come avversario il Real Madrid che dopo lo 0-2 dell’andata martedì dovrebbe porre subito fine al cammino europeo. Mentre in campionato il tecnico francese ha avuto un mese in più di fiducia, annaspando di pareggio in pareggio (con il tonfo della figuraccia in Coppa Italia con lo Spezia), fino all’esonero. Tempo sprecato che sarebbe stato più saggio e utile concedere al suo successore.

Che Garcia fosse diventato il principale problema di una squadra che aveva tutto per vincere lo scudetto lo avevano capito praticamente tutti, tranne la dirigenza ed in particolare Walter Sabatini, che ha difeso fino all’ultimo il suo pupillo Rudi (e ora – non a caso – si è eclissato dalle vicende giallorosse). Ma sono inutili discorsi del senno di poi. La Roma adesso può solo guardare avanti, alle ultime dieci giornate di campionato, e non indietro, a quelle cinque partite di ritardo che avrebbero fatto la differenza. Oggi gioca il calcio migliore d’Italia, è la favorita per il terzo posto, può sperare in un calo del Napoli per puntare al secondo e alla qualificazione diretta in Champions. Ma il treno scudetto ormai sembra partito. Anche quest’anno, come l’anno scorso, un’altra occasione persa.

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