Adieu Rudi, bentornato Luciano. A Roma finisce l’era Garcia e ricomincia quella Spalletti. L’esonero del francese era nell’aria, adesso è arrivata l’ufficialità: impossibile andare avanti con una vittoria nelle ultime dieci partite e il quinto posto in campionato, per chi partiva come favorito per il titolo. Era chiaro a tutti da tempo, e alla fine se n’è accorta anche la società. L’avvicendamento arriva tardi, dopo il punto di non ritorno della figuraccia con lo Spezia; dopo la sosta natalizia, finestra ideale per cambiare. Ma forse non troppo tardi per salvare la stagione: a sette punti dalla vetta del Napoli, a cinque da Juve e Inter tutto è ancora possibile. E anche questo ha convinto Spalletti, che ha firmato fino al giugno 2017.

James Pallotta ha scelto una vecchia conoscenza del passato giallorosso, usato sicuro e neanche troppo logorato (il tecnico toscano a 56 anni è nel pieno della maturità). Probabilmente il meglio su piazza, considerato che due santoni come Marcello Lippi (in odore di Milan) e Fabio Capello non sono più una garanzia per età e lontananza dalla Serie A; e che Antonio Conte, vero sogno proibito delle squadre a caccia di un allenatore, almeno fino a luglio sarà impegnato con la nazionale. Spalletti, però, non è certo un traghettatore. A Roma ha fatto bene: quattro stagioni di bel calcio, tre trofei (anche se minori, due Coppe Italia e una Supercoppa) e lo scudetto perso nel 2008 al fotofinish che grida ancora vendetta. I tifosi lo stimano e lo ricordano con affetto, nonostante le dimissioni del 2009. E in Russia si è costruito anche una caratura internazionale, vincendo i suoi primi campionati (ma fallendo il salto di qualità in Europa). “Torno per finire il lavoro che ho iniziato”, ha detto. Prima di arrivare a Roma, è volato da Firenze a Miami per trattare di persona con James Pallotta. Un incontro a cui hanno partecipato anche il Ceo Italo Zanzi e il direttore generale Mauro Baldissoni. Non Walter Sabatini, che Garcia l’aveva scelto e poi difeso fino all’indifendibile; assenza che potrebbe mettere in discussione anche il centralismo del direttore sportivo, vero dominus giallorosso negli ultimi tre anni. Ma questo riguarda la società. La squadra, presto, sarà di nuovo nelle mani di Spalletti. Ha preteso – dicono – garanzie sul mercato attuale e anche su quello della prossima estate, e ha ottenuto un contratto di un anno e mezzo. Segno che con lui la società ha fatto una scelta di medio-lungo periodo, chissà se davvero convinta. L’ultima parola, comunque, spetterà al campo e ai risultati. Gli stessi fatali a Garcia. Anche se a ben vedere l’esperienza del francese era esaurita da tempo. Il suo bilancio è negativo, o quantomeno non all’altezza delle aspettative create dall’ottima stagione d’esordio, con il secondo posto alle spalle di una Juve inarrivabile. Già la scorsa stagione era stata fallimentare, con il tonfo in Champions League e un campionato modesto. Nel secondo anno, quando era chiamato a confermarsi e a vincere, il bel gioco degli inizi si è trasformato nella caricatura di se stesso, con un possesso palla esasperato, esasperante e improduttivo. A un certo momento qualcosa ha smesso di funzionare e la squadra si è involuta. Il punto di rottura è stata proprio la famosa sconfitta di Torino contro la Juve, che avrebbe dovuto lanciare la Roma verso lo scudetto. Di lì, invece, la verve del francese si è andata spegnendo: si sono moltiplicate le polemiche, le scelte cervellotiche. Alla lunga sono emersi dei limiti profondi, l’incapacità di dare una nuova identità alla squadra quando la prima era diventata ormai vecchia.

Poi sono arrivati i fischi e l’agonia finale. Un addio anche imbarazzante: lui rappresentava la squadra a Zurigo al Pallone d’oro e dirigeva gli ultimi allenamenti a Trigoria, mentre la società sceglieva il successore. Garcia se ne va tra mille rimpianti di ciò che doveva essere e non è stato. Arrivato in sordina come una ventata d’aria fresca nell’afa stantia del pallone italiano. Acclamato come l’uomo che avrebbe potuto cambiare Roma, la Roma e i romanisti, piazza dove fare calcio è terribilmente difficile e vincere ancora di più. Alla fine si è adeguato e assimilato ai loro lati peggiori. E questa – più delle formazioni sbagliate e di una certa inadeguatezza tattica – forse è stata la sua colpa maggiore. Adesso ci riproverà Spalletti.

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