Squadra invincibile? Non c’è squadra invincibile. È il bello del calcio”. Lo diceva Rudi Garcia alla vigilia della trasferta di Barcellona. “Loro sono un’armata invincibile”, si è poi ravveduto a fine partita. Nel mezzo novanta minuti di schiaffi. A suonarli undici marziani che sembrano comandati da un joystick; a incassarli la Roma che come nella scorsa stagione – accadde un mese prima, il 21 ottobre – si sveglia nuda e rimpicciolita dopo una batosta in Champions League. Rullati in casa dal Bayern prima e asfaltati al Camp Nou poi, i giallorossi si interrogano su cosa accada quando incrociano le superpotenze europee. Sarebbero le serate in cui una squadra che vuole avvicinarsi alle big dovrebbe lanciare un segnale, invece a un anno di distanza a Trigoria si ritrovano ad analizzare un’altra disfatta. Con tanti punti di contatto, qualche differenza e il grande spettro di un nuovo tracollo mentale.

L’approccio alla trasferta catalana era stato un po’ più soft di quello al Bayern dello scorso anno. Però quelle parole di Garcia (“Non c’è squadra invincibile, è il bello del calcio, quando il risultato sembra già fatto può esserci la sorpresa”) stridono con la mattanza in campo e con la marcia indietro del post partita. Un fuggi-fuggi dalle responsabilità e un paio di frasi che lasciano di stucco. Tipo: “Anche passando in vantaggio avremmo perso”. Il sergente si toglie il cappello e accetta passivamente un ineluttabile destino. C’è però modo e modo di perdere (e di reagire). Martedì sera quello del francese – e per osmosi della sua squadra – è parso francamente inaccettabile. E non accade per la prima volta nella preparazione, svolgimento e nel commento di partite contro avversarie di rango.

Come non è più sostenibile una fase difensiva che fa acqua da tutte le parti. Si dirà: il Real Madrid dei galacticos le ha buscate quasi allo stesso modo. I numeri della Roma però sono impietosi da inizio stagione. Ha la settima difesa del campionato: 15 gol subiti, come l’Atalanta e l’Udinese. In Champions il contatore segna 16 in cinque partite. Fanno 31 reti in 18 gare. Il trio NeymarSuarezMessi davanti a una fase di non possesso ‘allegra’ banchetta più e meglio degli altri, certo, ma non è il solo attacco a essersi saziato incontrando i giallorossi. Eppure per Garcia non appare un grande problema. Era molto più preoccupato lo scorso anno. Sentite: “Mi assumo tutta la responsabilità di questa sconfitta, ho sbagliato strategia. Dobbiamo accettare la sconfitta perché dimostra gli step che dobbiamo fare per avvicinarci ai migliori club del mondo”, disse dopo i sette cazzotti di Pep Guardiola. La Roma non è migliorata in Europa da allora, nonostante i corposi investimenti estivi sul mercato – Szczesny, Rudiger, Digne, Iago Falque, Dzeko per limitarsi a chi c’era in campo a Barcellona – e i più volte sbandierati sogni d’accoppiare lo scudetto a un’ottima stagione di Champions.

Con ancora novanta minuti di girone davanti, la situazione è identica allo scorso anno. I giallorossi hanno il destino nei propri piedi. “Adesso conta rialzare la testa subito, pensare al campionato. L’unica buona notizia è il pari del Manchester City col Cska Mosca che ci permette di essere ancora secondi nel girone. Possiamo ancora sperare di passare, ma non giocando così”, fu il Garcia-pensiero dopo il Bayern. Anche ora un pari (quello tra Bayer Leverkusen e Bate Borisov) lascia la Roma in piena corsa per gli ottavi e una vittoria garantirà la qualificazione. A patto, oggi come allora, di rialzare la testa. Un anno fa non accade.

Prima delle sette pappine dell’Olimpico, nelle due competizioni, la Roma aveva raccolto 22 punti su 27 realizzando 20 gol e subendone sei. Delle dieci partite successive ne vinse appena 4, pareggiandone 3 e perdendone altrettante, segnò 19 gol e ne subì 12 iniziando una costante e lenta agonia che polverizzò i sogni di scudetto e la spazzò via prima dalla Champions e poi dall’Europa League. Garcia dice che non c’è paragone tra questa sconfitta e quella contro i tedeschi. Incassa e guarda avanti. Il tempo dirà se è l’atteggiamento corretto. Oppure se in queste ore alla Roma non sarebbe servita una sfuriata alla Antonio Conte o una mourinhiana difesa arrogante del proprio lavoro.