brexitNegli Stati Uniti Donald Trump, considerato fino a poche settimane fa un ‘joke’, un’assurdità, sembra ormai destinato a vincere la nomination del partito repubblicano. Infrangendo tutti i capisaldi della politica degli ultimi 50 anni, Trump vuole costruire un muro lungo il confine con il Messico e impedire ai musulmani di entrare negli Stati Uniti. Si tratta di politiche di chiusura che cozzano contro lo spirito di globalizzazione che dal 1989 è stato sbandierato da presidenti e primi ministri occidentali e non.

Dall’altra parte dellOceano Atlantico, i brexiani, i sostenitori del no alla permanenza nell’Unione Europea, guadagnano terreno. Anche loro vogliono erigere un muro immaginario tra l’Unione ed il Regno Unito. Boris Johnson, l’eccentrico sindaco di Londra, possiede sì più capelli di Trump, ma parla la stessa lingua. Nonostante la globalizzazione sia alla base del primato della capitale britannica rispetto al resto dell’Europa, Johnson è per l’uscita dall’Unione Europea.

Il vento anti-globalizzazione, la ripresa di ideologie come il nazionalismo, che dopo la seconda guerra mondiale hanno assunto connotati altamente negativi, non è circoscritta al mondo anglosassone. In Europa molte sono le nazioni che vogliono cambiamenti radicali nella gestione e struttura dell’Unione Europea come si evince dal grafico della Bloomberg.

Il Brexit più che un pericolo per il Regno Unito è una bomba ad orologeria per l’Unione Europea. L’elezione di Trump presenta caratteristiche simili, potenzialmente potrebbe sradicare il ruolo che gli Stati Uniti hanno ricoperto nel mondo durante il secolo scorso. Entrambe queste due nazioni hanno alle spalle lunghi periodi di isolamento politico durante i quali l’economia è cresciuta. Esiste una tradizione nazionalista che non è mai scomparsa e che sia Trump che Johnson stimolano a loro vantaggio.

Il successo di questa narrativa resta nel fallimento della globalizzazione, un fiasco che le cifre e le statistiche non riescono a descrivere, ma che americani e britannici vedono bene. Trump, un miliardario che molti pensano si sia fatto da sé, incarna quel sogno americano che la globalizzazione ha fatto a pezzi. Il semplice fatto che dal 1989 a oggi le diseguaglianze economiche tra i super-ricchi, l’1 per cento della popolazione mondiale, e il resto del mondo siano aumentate invece di diminuire, lo conferma. Che Trump appartenga a quel gruppo di super-privilegiati depone anche a suo favore, invece di godersi i soldi li spende per restituire l’America agli americani, e liberarla dai migranti latinoamericani, proteggerla dai terroristi musulmani ma anche dai miliardari cinesi ed asiatici. Questo è ciò che pensa l’americano medio oggi.

Boris Johnson, educato nelle migliori scuole d’Inghilterra, rilancia l’eccentricità britannica. Appartiene a quella classe dirigenziale che da secoli guida il Paese e lo fa nell’interesse esclusivo dei suoi abitanti, anche a scapito del resto del mondo. Agli inglesi l’idea che il loro contributo all’Unione Europea sia superiore a ciò che ricevano in cambio non va giù. Ancor meno piace dover sgomitare con milioni di europei per avere un lavoro, vedere un medico o non poter comprare una casa a causa dell’eccessiva domanda da parte degli europei che investono nel settore immobiliare britannico.

Difficile prevedere se Trump vincerà la corsa alla Casa Bianca e se il Regno Unito uscirà dall’Unione Europea. I campioni usati per i pools non funzionano perché ci troviamo in un momento di profonda transizione, uno di quei periodi in cui tutto cambia.

A prescindere dai risultati del 2016, ormai è chiaro che a differenza della seconda metà del secolo scorso, la prima metà di quello attuale sarà caratterizzata dalla chiusura politica. Che poi si tratti di nazionalismo o di qualcosa di simile lo sapremo tra alcuni decenni. Certo questi non saranno anni facili per i super-ricchi, le conseguenze più serie della politica di chiusura si faranno sentire sul mercato finanziario dove i margini di profitto sono già scesi ed i primi crolli si sono già verificati. Tra le prime vittime del Brexit, ad esempio, ci saranno tutti gli europei che dal 2010 in poi hanno comprato appartamenti a Londra per portar fuori i soldi, milioni e milioni di euro, tenendo il crollo della moneta europea. Fortunatamente, il 99 per cento della popolazione non possedendo nulla non perderà nulla.