Tutto come prevedibile. Il regime egiziano, et voilà, arresta in un battibaleno gli assassini di Giulio Regeni, lo studente della Cambridge university prima torturato e poi ucciso al Cairo nell’anniversario del golpe. Trattasi, ovviamente, di malavitosi che nulla hanno a che fare con gli svariati centri della repressione, i quali, manco a dirlo, mai si sono serviti di criminali comuni. Esaurite le 24 ore del Facite la faccia feroce il governo italiano smorza i toni e ritrae quel tono esigente e imperativo che aveva puntato sulle autorità del Cairo nelle prime ore.

I siti informano che Renzi “chiede chiarezza”, e nessuno, giornalista o politico, chiede a lui di fare chiarezza sulle dichiarazioni di fraterna amicizia rivolte in varie occasioni al generale al Sisi, parole smodate che hanno impressionato giornalisti di quotidiani autorevoli come il Guardian ma non i giornalisti italiani, di destra o di sinistra. Oggi si chiude. Stamane leggeremo le oneste prose di qualche opinionista ancora dotato di senso dell’onore e di rispetto per se stesso: e con queste foglie di fico sulle proprie vergogne il circo dei media riprenderà lo spettacolo. Verrebbe da dire: perdonaci Giulio. Perdona questo Paese cui non assomigliavi affatto.

Giulio Regeni Cairo 675

A Giulio vorremmo promettere questo: noi non dimenticheremo. Innanzitutto non dimenticheremo il tuo coraggio. Eri dentro un percorso universitario di grande prestigio, un itinerario accademico che porta lontano, che schiude carriere e accessi privilegiati. Eppure la curiosità o la passione civile, o entrambe, ti hanno condotto a misurare sul terreno le teorie apprese in una tra le migliori università del mondo. Per condividere le tue scoperte hai fatto quel che i giornalisti italiani spesso non fanno: hai fatto giornalismo. Al livello più alto: eri nel posto dove bisognava essere e avevi gli strumenti concettuali per capire. Se avessimo un’informazione capace di altrettanto, forse non saremmo un Paese così sgangherato.

Probabilmente non sapremo mai con certezza chi abbia deciso la tua morte. Sappiamo però che quel che dirà in proposito il regime avrà un’attendibilità pari a zero. I centri della repressione sono diversi e scollegati, ma tutti mentono per riflesso condizionato. In settembre in un appartamento del Cairo una qualche unità di polizia ha arrestato e liquidato sul posto nove notabili dei Fratelli musulmani, tra i quali un noto legale; e malgrado le ferite rivelassero che i colpi erano stati sparati a brevissima distanza, la versione ufficiale li ha dichiarati morti in un conflitto a fuoco. Nessuno ha contestato queste bugie: chi osa rischia la vita, non solo la galera.

Malgrado la menzogna sia sistematica, non v’è giornalista o politico italiano cui sia difficile conoscere la verità. Basta affacciarsi nel web e leggere quel che Sarah Leah Whitson, direttore per il Medio Oriente di Human Right Watch, ha detto al Congresso americano nel novembre scorso (ecco una cosa su cui riflettere: il Congresso l’ha convocata per sapere cosa sta accadendo in un Paese per gli Stati Uniti remoto; non risulta che il nostro Parlamento abbia di queste curiosità, malgrado l’Egitto sia vicino).

Non meno istruttiva è la relazione della Federazione internazionale per i Diritti Umani, dove si afferma che il regime usa sistematicamente lo stupro (“La diffusione delle violenze sessuali durante l’arresto o la detenzione, la somiglianza tra i metodi usati e l’impunità di cui godono i colpevoli indicano una cinica strategia politica per paralizzare la società civile e ridurre al silenzio l’intera opposizione”).

Malgrado questa facilità di accesso alle fonti, in Italia la gran parte dell’informazione non ha mai considerato rilevante quel che sta avvenendo nel Paese di cui siamo il primo partner commerciale. Quasi si potesse liquidare il massacro come “cose tra arabi”.

La Whitson ha concluso così la sua relazione al Congresso: è sorprendente che Paesi occidentali che si dichiarano campioni dei diritti umani non sentano alcun disagio per quel che sta accadendo in Egitto. Che questa fosse o no la sua intenzione Giulio Regeni rappresentò un Occidente diverso.

Il Fatto Quotidiano, 6 febbraio 2016