Torturato fino alla morte. È questa l’ipotesi che gli investigatori egiziani, ai quali si è aggiunta una squadra di supporto italiana, stanno seguendo per ricostruire le cause del decesso di Giulio Regeni, il ricercatore italiano 28enne ritrovato senza vita in un fosso alla periferia de Il Cairo. Tra le motivazioni c’è quella che si collega a una sua presunta collaborazione con i gruppi di opposizione al regime di Abd al-Fattah al-Sisi.

Dopo il golpe guidato dal generale al-Sisi, nel luglio 2013, i militari hanno da subito usato il pugno duro per reprimere i gruppi d’opposizione, in particolare quelli legati al deposto ex presidente, Mohamed Morsi. Le proteste di piazza sono state soffocate con “decine di migliaia di arresti”, come riporta l’ultimo rapporto 2016 diffuso da Human Rights Watch. E nel mirino dei militari sono finiti soprattutto i Fratelli Musulmani, con le attività del gruppo che, nel dicembre 2013, sono state dichiarate illegali e “terroristiche” dal nuovo governo.

La stretta sulle attività dei gruppi di opposizione appare evidente dai numeri diffusi dalle organizzazioni in difesa dei diritti umani. Circa 22 mila gli arresti per terrorismo da luglio 2014 a ottobre 2015, ai quali si aggiungono, secondo i dati diffusi dall’Egyptian Center for Economic and Social Rights, i circa 41 mila tra arresti, rinvii a giudizio e sentenze di colpevolezza tra luglio 2013 e maggio 2014. È così che i rari casi di liberazione, come quello che ha portato fuori dalle carceri egiziane i due giornalisti di al-Jazeera, Mohamed Fahmy e Baher Mohamed, rappresentano solo una piccola apertura in confronto alle migliaia di oppositori ancora dietro le sbarre del regime. Una detenzione alla quale, spesso, si aggiungono le frequenti violenze e torture da parte delle forze di polizia. Come nel caso, riportato da Amnesty International, di un ragazzino di 14 anni che ha denunciato di essere stato violentato con un bastone di legno dai suoi carcerieri e di essere stato sottoposto a elettroshock ai genitali.

Secondo le indagini di un’organizzazione per i diritti umani egiziana citata da Human Rights Watch, sono 465 le persone che hanno dichiarato di aver subito torture o violenze da parte delle autorità tra ottobre 2013 e agosto 2014, mentre 163 hanno detto ai magistrati di essere state maltrattate durante la detenzione. Ma solo sette di queste denunce sono state esposte alla corte. Le conseguenze, continua il report, parlano di 47 prigionieri morti mentre erano in custodia nelle prigioni del regime nei primi sei mesi del 2015, mentre altri 209 hanno perso la vita per “negligenze mediche” da quando al-Sisi ha preso il potere.

Tra le migliaia di persone incarcerate con l’accusa di terrorismo, sono “almeno 3 mila – continua il report Hrw 2016 – le condanne a morte (pena massima prevista per reati legati al terrorismo, ndr) inflitte dai tribunali militari egiziani” dopo il golpe del 2013. Situazione che è peggiorata dopo la serie di attentati compiuti soprattutto da Wilayat al-Sinai, gruppo terroristico legato allo Stato Islamico, nella Penisola del Sinai e nella capitale. Attacchi che hanno portato alla dichiarazione dello stato di emergenza, ancora in vigore in alcune parti della Penisola, con conseguente rafforzamento del potere in mano ai militari e alle forze di polizia e una maggiore limitazione delle libertà. Così, il numero di arresti per terrorismo è continuato a crescere.

L’ultima mossa del regime per reprimere le opposizioni risale ad agosto 2015, quando il Presidente al-Sisi ha dato l’ok all’introduzione di nuove e più severe norme antiterrorismo. Provvedimenti che sono diventati legge con il voto favorevole del Parlamento, a gennaio, e che prevedono pene più severe per reati di stampo terroristico, il divieto per gli organi di stampa di contraddire la versione ufficiale del ministero per fatti legati al terrorismo, la possibilità di trattenere in carcere sospetti anche senza il parere di un giudice, come nel caso dello studente 20enne Mahmoud Hussein, incarcerato per più di due anni per aver indossato una t-shirt con su scritto “Un Paese senza torture” e una sciarpa che celebrava l’anniversario della primavera egiziana del 2011, e l’impunità per polizia e militari che “nello svolgimento dei loro compiti” non possono essere perseguiti per le proprie azioni. Una legge che, se si trovasse un collegamento tra l’omicidio Regeni e le forze di polizia, potrebbe far evitare il carcere ai suoi aguzzini.

Twitter: @GianniRosini