Il Jobs act discrimina i lavoratori disabili. E’ l’accusa che alcune associazioni per i diritti dei portatori di handicap hanno lanciato alla riforma del lavoro. E sono arrivate a fare ricorso alla Commissione europea, chiedendo l’apertura di una procedura di infrazione contro l’Italia. Il nocciolo della questione sta nelle liste di collocamento cui le aziende sono obbligate ad attingere per assumere persone disabili, come previsto dalla legge. Se finora le chiamate avvenivano secondo una graduatoria, adesso le imprese possono individuare il dipendente senza seguire l’ordine prestabilito. E questo, secondo il ricorso, permetterà alle aziende di “scegliersi il disabile su misura”, a svantaggio dei portatori di handicap più gravi. Ma, su questo punto, le associazioni non sono tutte d’accordo: c’è anche chi saluta con favore il provvedimento, sostenendo che faciliti l’incontro di domanda e offerta di lavoro.

Il ricorso, depositato lo scorso 28 gennaio, è patrocinato dall’avvocato Giuliana Alberti e vede come prima firmataria l’associazione “Tutti nessuno escluso“, alla quale si uniscono altre realtà e singole persone. “Potremmo dire – si legge nel testo – che il decreto attuativo del Jobs act, concedendo al datore di lavoro la possibilità di assumere tutti i disabili con chiamata nominativa, di fatto permette ai lavoratori di scegliersi il disabile su misura”. Questa novità, ritengono i ricorrenti, “non può che comportare un evidente pregiudizio per tutte le persone disabili in graduatoria nelle liste di collocamento ed in attesa di essere correttamente inserite nel mondo del lavoro. Ciò conduce inevitabilmente a forme di discriminazione”. Da qui la richiesta a Bruxelles: “Si richiede con il presente ricorso l’intervento della Commissione europea, al fine di avviare, esperita la dovuta istruttoria, una procedura di infrazione nei confronti dello Stato italiano”.

Ma cosa ha cambiato il Jobs act nel collocamento dei lavoratori disabili? Prima della riforma del lavoro, funzionava così. Le imprese sotto i 15 dipendenti non erano tenute ad assumere portatori di handicap. Da 15 a 35 lavoratori, scattava il meccanismo della chiamata nominativa: il datore di lavoro poteva scegliere il dipendente disabile all’interno della lista dei centri per l’impiego. Da 35 addetti in su, una quota di assunzioni doveva seguire il sistema numerico. Ora, con il Jobs act, la chiamata nominativa si estende a tutte le imprese. Anche se, va ricordato, non si tratta di assunzione diretta: l’azienda potrà sì scegliere il disabile da assumere, ma solo all’interno delle liste di collocamento.

“La chiamata nominativa generalizzata – spiega Virginio Massimo, presidente di Tutti nessuno escluso – dà vita a una nuova forma di ‘caporalato‘ e concede ai datori di lavoro la possibilità di scegliersi il disabile su misura. A ciò si aggiunga che non garantendo affatto trasparenza rischia di scatenare una ‘guerra tra poveri’ per ottenere un posto di lavoro”. Sulla stessa linea Sergio Silvestre, presidente nazionale di CoorDown, che compare tra le associazioni firmatarie del ricorso: “Ci piacerebbe che i diritti fossero uguali per tutti, mentre l’abolizione del criterio numerico nelle procedure di assunzione va esattamente nella direzione opposta, favorisce meccanismi discriminatori e penalizza le disabilità più gravi”.

Ma non tutti la pensano in questo modo. Tra le associazioni per i diritti dei disabili, c’è anche chi difende a spada tratta il Jobs act, come Fish e Fand. Il loro ragionamento prende le mosse dai numeri sull’inclusione lavorativa dei disabili. L’ultima relazione parlamentare, relativa al 2013, fornisce questo quadro: a fronte di 676mila iscritti alle liste di collocamento, ci sono stati solo 18mila avviamenti a cura dei servizi per l’impiego, mentre 5mila disabili hanno perso il lavoro. Nello stesso anno, solo il 6,6% delle assunzioni di invalidi ha seguito la chiamata numerica: il 44,8% ha utilizzato il sistema nominativo, mentre la maggior parte, il 48,7%, è avvenuta attraverso una convenzione stipulata tra azienda ed ente provinciale.

“I numeri, dietro i quali ci sono sempre le persone e le loro vite, dimostrano che l’incontro fra domanda e offerta non funziona, che i servizi per l’impiego non dispongono di strumenti sufficienti per una inclusione basata sulle potenzialità delle singole persone, che le aziende continuano a ritenere un balzello assumere una persona con disabilità”, osserva Vincenzo Falabella, presidente di Fish. L’attivista ritiene che il Jobs act tenda a “rimuovere ogni scusante all’inclusione lavorativa delle persone con disabilità, a rivisitare i percorsi e gli strumenti di sostegno e mediazione e, appunto, a far incontrare la domanda e l’offerta mantenendo saldamente gli obblighi e gli incentivi (che riguardano soprattutto le persone con più grave disabilità), ma superando anche alcuni limiti che si sono rivelati un boomerang per gli stessi intenti della norma”.