Non è trascorsa nemmeno una settimana dall’insediamento del nuovo parlamento in Venezuela, per la prima volta controllato dall’opposizione dopo 17 anni di chavismo, che il clima di scontro tra i due schieramenti è più infuocato che mai e non è chiaro se la Mesa de la Unidad Democratica (Mud) dispone della super-maggioranza dei due terzi che gli consentirebbe di bloccare iniziative dell’esecutivo, organizzare un referendum per revocare il presidente Nicolas Maduro o convocare un’Assemblea Costituente.

La scorsa settimana infatti il Tribunale supremo di giustizia (TsJ) ha sospeso cautelativamente l’elezione di tre deputati dell’opposizione – Haron Ygarza, Nirma Guarulla e Romel Guzamana – eletti nello stato di Amazonas, su richiesta del partito di governo, che aveva denunciato sui media l’esistenza di brogli. Ma il neo-presidente del Parlamento, Henry Ramos Allup, aveva comunque autorizzato il loro giuramento facendogli prendere possesso dei loro seggi.

A questo atto è subito seguita la presa di posizione del Tsj, che ha dichiarato l’Assemblea Nazionale in situazione di “oltraggio alla corte”, per aver concesso i loro seggi ai tre deputati, malgrado ne avesse sospeso la proclamazione. Il che significava che ogni atto del Parlamento unicamerale doveva essere considerato “nullo finché si manterrà l’incorporazione” dei tre deputati, avallando così la posizione del governo di Nicolas Maduro, che aveva denunciato un “golpe parlamentare” da parte della nuova maggioranza.

In un fuoco di fila di botte e risposta, l’opposizione aveva respinto la decisione dell’alta corte, definendola “inutile” e priva di fondamento legale, perché presa solo per appoggiare un piano politico del chavismo, che a sua volta aveva annunciato che la presentazione dei conti pubblici del 2015 in Parlamento da parte di Maduro – prevista per venerdì 15 – poteva svolgersi davanti al Tsj. Ma mercoledì è arrivato il passo indietro dell’opposizione venezuelana: i tre deputati, la cui proclamazione era stata sospesa, hanno chiesto in una lettera di ritirarsi dall’Assemblea Nazionale “per evitare che il Tsj annulli l’attività dell’Assemblea Nazionale”. Hanno così giurato i deputati supplenti e sono stati designati i nuovi presidenti e vicepresidenti delle 15 commissioni permanenti del Parlamento.

Il problema è che ora si apre uno scenario di cui non sono ben chiari i contorni. Con il ritiro dei tre deputati, l’opposizione infatti può contare su 109 seggi e non sui 112 che gli garantivano la super-maggioranza dei due terzi. Il dubbio ora è se con 109 deputati attivi possa fare le stesse cose consentite dalla legge con 112. La Costituzione della Repubblica Bolivariana infatti non prevede concretamente questo scenario. In alcuni punti parla dei due terzi necessari per l’approvazione di iniziative legislative, in altri di “due terzi dei presenti” e nella maggior parte dei casi “due terzi dei membri”.

Anche i pareri dei costituzionalisti divergono. Secondo German Saltrón, citato dalla Bbc, “finché il Tsj non indice una nuova elezione, questi deputati non contano nell’Assemblea, ma il loro incarico non cessa di esistere”. Per José Ignacio Hernández invece, “se l’idea è rispettare la sentenza del Tribunale, che è sicuramente incostituzionale, anche i loro incarichi dovrebbero essere sospesi e l’assemblea parlamentare dovrebbe essere integrata”.

Con più di 101 deputati l’opposizione può promuovere la rimozione dei membri del Consiglio nazionale elettorale e del Tsj (di cui 13 magistrati sono stati nominati dal chavismo a dicembre dopo le elezioni), porre il veto a ministri e vicepresidente e proporre la legge di amnistia per i prigionieri politici o una legge sulla proprietà delle case popolari. Ma questo in teoria. La realtà infatti sembra scompaginare i piani, e per ora gli unici dati reali dovrebbero essere quelli che venerdì Maduro dovrà raccontare al Parlamento sui conti pubblici del Paese. E lì il quadro non sembra promettere nulla di buono.