Un pugno sul tavolo come avvertimento agli Stati Uniti, colpevoli di essersi sbilanciati troppo in favore dell’Iran, ma anche la dimostrazione che l’Arabia Saudita si trova in una situazione di difficoltà che va avanti ormai da quando gli accordi sul nucleare iraniano si sono concretizzati. Così Gabriele Iacovino, coordinatore degli analisti del Centro Studi Internazionali (Cesi), interpreta le esecuzioni di massa compiute da Riyad nei confronti di 47 prigionieri accusati di terrorismo e sedizione, tra cui il predicatore sciita Nimr al-Nimr. “La reazione di Teheran ci sarà – dice l’analista a ilfattoquotidiano.it -, altrimenti il governo rischierebbe di perdere consenso interno. Ma non sarà eccessiva, per loro questo non è il momento più adatto. Mi aspetto, però, una vendetta a lungo termine”. Il rischio, però, è la totale destabilizzazione dell’area.

Riyad fa la voce grossa con gli Usa, “ma così ci dimostrano di essere in difficoltà”
Dopo l’accordo sul nucleare iraniano, la monarchia saudita si è trovata di fronte due novità impensabili fino a dieci anni fa: da una parte l’Iran ha avuto una grande occasione per uscire dal suo isolazionismo, grazie proprio all’accordo con gli Usa, “Il Grande Satana” alleato delle petromonarchie del Golfo, dall’altra un partner fondamentale come l’America sta tendendo la mano al nemico di sempre. Gli equilibri sono cambiati e le gerarchie nei rapporti tra i vari Paesi mutate per sempre, con lo sguardo degli Usa che, per Riyad, si stava spostando troppo verso Teheran. “Dietro a questo gesto apparentemente inspiegabile – continua Iacovino – c’è quindi la volontà dei sauditi di ricordare a Washington di essere sempre in grado destabilizzare l’area. Il loro è un avvertimento che lascia però trasparire una situazione di difficoltà”. Questa esecuzione di massa rischia di riportare lo scontro tra il blocco sciita e quello sunnita in Medio Oriente a livelli molto alti. “A rischio sono quei Paesi dove questa polarizzazione è, al momento, più forte ed evidente – spiega l’analista – Penso ovviamente alla Siria e all’Iraq, ma anche allo Yemen e al Bahrein. Quest’ultimo è uno Stato di cui si parla poco: a prevalenza sciita e governato da una monarchia sunnita, vive al suo interno uno scontro tra queste due parti che sta raggiungendo livelli sempre più preoccupanti”.

“La reazione dell’Iran non sarà violenta. Ma in futuro si vendicheranno”
A dimostrazione dell’innalzamento della tensione tra sciiti e sunniti ci sono le manifestazioni a Qom e Teheran, con i manifestanti che hanno assaltato e incendiato l’ambasciata saudita nella capitale iraniana. Una reazione molto meno violenta, però, c’è stata da parte del governo, con il presidente Hassan Rouhani che ha parlato di “violazione dei diritti umani”, e della Guida Suprema, Ali Khamenei, che ha invocato la “vendetta divina”. “La volontà di Teheran di dare un segnale è evidente – dice Iacovino – Il governo denuncia l’assalto ai palazzi diplomatici sauditi, ma se avesse voluto avrebbe potuto impedire le violenze, visto che quell’area è militarizzata”. Il governo di Teheran si trova, in realtà, nella complicata situazione di chi deve evitare di passare come il soggetto debole che, colpito, china il capo senza reagire. Un comportamento che rischierebbe di compromettere il consenso interno al governo. Dall’altra parte, però, non può lasciarsi andare a reazioni spropositate perché rischierebbe di frenare il proprio processo d’uscita dall’isolazionismo e di compromettere la propria posizione sui numerosi fronti aperti in Medio Oriente. “La reazione ci sarà – continua Iacovino – per evitare contrasti interni tra la fazione riformista e quella più conservatrice. Ma non sarà esagerata perché questo non conviene, al momento, ad entrambe le parti. Il grande rischio sarebbe quello di buttare via i successi ottenuti nei vari fronti caldi mediorientali”. L’analista esclude un intervento massiccio in Yemen: “Più probabile maggiore intransigenza al tavolo negoziale sulla Siria”, dice. E sulla possibilità di una rappresaglia contro i 27 esponenti sunniti condannati a morte nelle carceri dell’Iran: “Non so quanto un’altra uccisione di massa possa portare più vantaggi interni a Teheran o, invece, una perdita d’immagine in materia di diritti umani. Questa decisione, probabilmente, sarà influenzata anche dalle imminenti elezioni parlamentari. Credo però che, in futuro, Teheran vendicherà questo affronto”.

Il rischio è la totale destabilizzazione dell’area
I fronti aperti in tutta l’area sono molti e l’intreccio di rapporti che coinvolge anche i Paesi occidentali è complicato come mai nel recente passato. La possibilità di una riconciliazione o, almeno, un abbassamento dei toni a breve termine sembra una prospettiva remota, dice Iacovino, perché “non esiste un vero canale comunicativo tra Riyad e Teheran che possa favorire i contatti diplomatici”. Ed è proprio questo il grande rischio: “A Vienna, ad esempio, abbiamo visto i primi risultati riguardo alla questione siriana, con tutti i soggetti, compresi Iran e Arabia Saudita, seduti allo stesso tavolo negoziale. Ma se al dialogo si sostituisce la violenza, ecco che crolla tutto il sistema”. I sauditi questo lo sanno e lo hanno voluto ricordare anche agli Stati Uniti.

Twitter: @GianniRosini