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Lavoratori stranieri: così (non) funziona il decreto flussi targato Meloni. Produce irregolari e scontenta le imprese

I dati della campagna Ero Straniero: Roma ha registrato 13.421 domande per le 7.413 quote di ingresso assegnate. Ma appena 6 permessi di soggiorno rilasciati, pari a un tasso di efficacia dello 0,08%
Lavoratori stranieri: così (non) funziona il decreto flussi targato Meloni. Produce irregolari e scontenta le imprese
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“Sul terreno dell’immigrazione ricordiamo il nostro decreto flussi che fece arrivare in Italia il più alto numero di stranieri immigrati regolari, a testimonianza che il centrodestra vuole un’immigrazione regolare“, ha detto la settimana scorsa il presidente del Senato, Ignazio La Russa, nel corso di un incontro a Milano. Nonostante tutto l’impegno, però, le quote di ingresso per i lavoratori stranieri targate Meloni, le più generose da molti anni, non funzionano. Le imprese rimangono insoddisfatte e nemmeno chi arriva in Italia con un visto regolare riesce sempre a firmare un contratto e ottenere il permesso di soggiorno, finendo nell’irregolarità e, chissà, in un Cpr. Nel 2025, a fronte di 181.450 quote d’ingresso programmate, sono stati richiesti appena 14.349 permessi di soggiorno. Il tasso di efficacia è crollato drasticamente dal 16,9% del 2024 a un misero 7,9% registrato nell’ultimo anno. I dati sono quelli della campagna Ero Straniero, appena aggiornata con mappe e tabelle del ‘Focus sui territori’ che restituisce una geografia dei risultati estremamente eterogenea, persino all’interno della stessa regione, a seconda di dove viene presentata la domanda e delle difficoltà delle amministrazioni pubbliche a portare a termine le istruttorie.

I dati aggiornati evidenziano risultati disastrosi per le grandi città del Centro e del Sud. Nel 2025, anno per cui le procedure sono ancora in corso, la provincia di Roma ha registrato 13.421 domande per le 7.413 quote di ingresso assegnate dal governo. Ma sono appena 6 i permessi di soggiorno finalizzati, pari a un tasso di efficacia dello 0,08%. Nonostante le procedure già chiuse, il 2024 ha totalizzato appena 85 permessi, l’1,2% delle quote assegnate alla provincia di Roma. A Napoli l’inefficienza è ancora più evidente: 120.923 domande a fronte di 4.403 quote, e solo 269 permessi di soggiorno effettivamente richiesti. Numeri che secondo il rapporto configurano una “lotteria amministrativa” dove la sorte del lavoratore e dell’azienda dipende anche dalla prefettura di destinazione. Le province più “efficienti” nel gestire le istruttorie sono Lecce, Ragusa, Verona, Brescia, Cuneo, Latina e Milano, che raggiunge un tasso di efficacia del 39,2% rispetto alle quote assegnate. “Siamo davanti a un meccanismo che produce esiti profondamente diversi a parità di regole, una sorte di ingiustizia territoriale causata dalla cronica carenza di personale nelle prefetture e dalla non volontà politica di affrontare tali limiti strutturali”, si legge nel rapporto. Che parla di aree “dove si registrano soprattutto ritardi e pratiche accumulate, rinunce, archiviazioni e percorsi interrotti”.

Secondo la Flai Cgil Roma e Lazio e Frosinone Latina ci troviamo davanti a un sistema da cancellare, perché genera numeri inaccettabili e un meccanismo perverso fatto di truffe e intermediazioni sin dai paesi di origine. Nel Lazio il tasso di successo della procedura è sprofondato al 4,9%, con Roma che detiene il 50% delle quote ma contribuisce con un misero 7% al totale dei permessi di soggiorno per lavoro, confermandosi la capitale dell’inefficienza amministrativa. Ma anche a Latina, dove si registra un tasso di successo del 15,09%, per il sindacato la situazione rimane fonte di preoccupazione, proprio perché molti dei visti rilasciati non si trasformano in permessi effettivi. In questa provincia l’86% dei permessi riguarda il lavoro stagionale agricolo, un ambito caratterizzato da estrema fragilità e dipendenza dai datori di lavoro. Il sindacato denuncia come questo sistema determini a ogni passaggio una perdita consistente di forza lavoro, gettando le persone nella clandestinità alla mercé di sfruttatori e caporali quando la promessa di un contratto regolare svanisce per colpa della burocrazia. Migliaia di “posti di lavoro che a ogni passaggio si perdono nelle maglie della burocrazia” non solo danneggiano la dignità dei lavoratori ma lasciano totalmente insoddisfatte le reali esigenze del mondo produttivo italiano. Di questi giorni anche l’sos lanciato dalla Cia-Agricoltori Italiani, che a fronte di un export salito dell’11% denuncia la mancanza di oltre 120 mila lavoratori, puntando il dito anche sui limiti del decreto flussi che “genera ancora ritardi tra le domande presentate e l’ingresso reale dei braccianti, aprendo varchi al lavoro nero”.

Al netto delle aziende che chiedono 10 lavoratori e ad andar bene ne ricevono uno, c’è poi il paradosso di un governo che dice di combattere l’irregolarità e invece finisce per produrla in modo sistematico. Per la programmazione 2025, il dossier annuale di Ero Straniero segnalava che a fine dicembre erano stati rilasciati 32.968 visti di ingresso e che le persone ancora in attesa di entrare erano 6.933. “Alla stessa data, i permessi di soggiorno rilasciati per il 2025 sono stati 14.349. Dal calcolo emerge quindi che per il 2025 sono 11.686 le persone che sono entrate in Italia ma non hanno ancora finalizzato la procedura”. Nell’attesa di sapere quante di queste resteranno esposte all’irregolarità, sappiamo che nel 2024 si è trattato di oltre 1.800 persone, venti volte quelle rimpatriate dopo essere transitate dal famoso centro in Albania. Per evitare che chi entra col visto e non riesce e perfezionare l’assunzione finisca in un limbo, esiste il permesso di soggiorno per attesa occupazione, ma l’inutilizzo di questo strumento è cronico, tanto da aumentare esponenzialmente le probabilità di finire nell’irregolarità per chi, alla scadenza del contratto, rischia il lavoro nero o peggio. E il governo che fa? Si lamenta per quello che definisce “abuso del diritto d’asilo”. Cioè la consuetudine, a fronte di un permesso scaduto, a tentare la strada della protezione internazionale. In assenza di canali extra-quote o permessi per ricerca di lavoro, e più in generale di alternative percorribili per i lavoratori stranieri, la protezione internazionale è spesso l’unico scudo legale disponibile.

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