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I dati della petizione per sospendere l’accordo con Israele mostrano un’Europa spaccata

La domanda non è se l’Europa debba “muoversi unita”, formula rassicurante ma vuota. La domanda è se questa unità esiste davvero e se sia possibile
I dati della petizione per sospendere l’accordo con Israele mostrano un’Europa spaccata
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di Pietro Francesco Maria De Sarlo

La Stampa: “Parigi, vertice su Hormuz: l’Europa prova a muoversi unita”. Il Sole 24 Ore: “Hormuz, iniziativa europea per la sicurezza dello Stretto”. Corriere della Sera: “Vertice di Parigi, l’Europa cerca una linea comune sul Medio Oriente”. Avvenire: “Hormuz, l’Europa si affaccia sulla crisi”. Così alcuni tra i principali quotidiani italiani hanno raccontato l’incontro organizzato a Parigi da Macron e Starmer con un gruppo di Stati e organizzazioni per far fronte alla crisi di Hormuz.

Già qui c’è un primo problema. Non esiste neppure un numero concorde dei partecipanti: a seconda delle fonti si va da 35 a 50. Incerti sono anche il perimetro politico dell’iniziativa, i suoi contenuti effettivi e il suo significato strategico. Ma il punto più singolare è un altro: perché un’iniziativa franco-britannica, alla quale si sono aggiunti Meloni e Merz, viene raccontata come “iniziativa europea”? A questo punto bisognerebbe intendersi su cosa sia l’Europa. Esiste un’Europa geografica, con confini convenzionali ma relativamente definiti. Ed esiste un’Europa politica, che però non coincide né con la geografia né con la retorica giornalistica. Se per Europa si intende l’Unione europea, allora si parla di 27 Stati, tra i quali non c’è il Regno Unito. E allora l’iniziativa di Starmer e Macron, più che rafforzare l’Unione, sembra mostrarne l’irrilevanza politica.

Se invece si voleva parlare davvero a nome dell’Europa, il baricentro dell’iniziativa avrebbe dovuto essere istituzionale: Commissione europea e rappresentanza diplomatica dell’Unione, con una voce riconoscibile e un mandato politico condiviso. Non una sommatoria di leader nazionali, ciascuno portatore dei propri interessi e delle proprie ambizioni.

Ma il punto decisivo è ancora più profondo. Al di là delle formule retoriche, esiste davvero un’Europa che condivida principi, valori e sensibilità politica sui grandi temi del nostro tempo? A questa domanda risponde in modo molto istruttivo l’Iniziativa dei cittadini europei intitolata “Richiesta di sospensione totale dell’accordo di associazione UE-Israele”, aperta il 25 novembre 2025 e in chiusura il 13 gennaio 2027. L’obiettivo minimo è un milione di firme. Oggi le firme raccolte hanno già superato quota 1,13 milioni e continuano a crescere. Ma ciò che conta non è solo il totale: è la distribuzione.

Il cluster dell’Europa Occidentale supera già il 200% dell’obiettivo. In particolare Belgio (221,88%), Francia (752,94%), Irlanda (306,30%), Italia (481,59%), Paesi Bassi (206,57%) e Spagna (330,52%). Quello della Europa del Nord supera il 100% con Danimarca (192,26%), Finlandia (195,52%), Svezia (145,96%) a cui si aggiungono Polonia (125,92%) e Portogallo (116,08%) mentre tutti gli altri sono sotto al 100%.

Tra questi altri c’è un piccolo gruppo, Germania (76,55%), Grecia (77,84%), Slovenia (70,41%) e Lussemburgo (50,78%), sopra il 50% e il resto d’Europa, cioè Europa Centrale e dell’Est con percentuali imbarazzanti che a mala pena raggiungono il 10%.

Queste non sono sfumature statistiche. È la rappresentazione di una frattura profonda nel modo di percepire una questione che investe direttamente valori, diritti, politica estera e idea stessa di civiltà. La domanda non è se l’Europa debba “muoversi unita”, formula rassicurante ma vuota. La domanda è se questa unità esiste davvero e se sia possibile.

Continuare a evocare l’Europa come se fosse un soggetto politico e morale compatto significa nascondere sotto il tappeto contraddizioni enormi, aggravate anche da scelte compiute in passato, a partire dall’allargamento rapidissimo a Est, che ha mutato in profondità gli equilibri interni dell’Unione senza costruire un corrispondente tessuto comune. Se si vuole bene all’Europa, bisognerebbe eliminare la propaganda consolatoria e guardare in faccia i dati, riconoscere le divergenze, misurare la distanza tra geografia, istituzioni e coscienze politiche. E quindi chiedersi: quale Europa vogliamo, e con chi?

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