Il ponte sullo Stretto si farà. “Mi sembra impossibile che qualcuno pensi che non si potrà mai fare, perché i ponti vengono costruiti da sempre in tutto il mondo”, ha detto giovedì il ministro dei Trasporti e infrastrutture Graziano Delrio. “Concordo con quello che ha detto il presidente del Consiglio: alla fine prenderà la sua dimensione di realizzabilità“. Un’ulteriore conferma, dopo che Matteo Renzi ha fatto dietrofront rispetto a solo un anno fa quando l’allora ministro delle infrastrutture, Maurizio Lupi, aveva spiegato: “Per l’esecutivo il ponte non è una priorità strategica”. Di acqua da allora ne è passata tanta. Così l’infrastruttura è tornata a essere d’attualità per il Paese che intanto attende anche la banda ultralarga delle promesse elettorali renziane datate 2012.

A differenza del ponte, nei programmi del premier, la fibra è rimasta sempre strategica. Tuttavia il piano con cui cablare il Paese è stato più volte rimodellato sulle difficoltà di Telecom Italia e delle sue banche creditrici senza mai riuscire realmente a decollare. Eppure i buoni propositi c’erano: Renzi voleva offrire ai cittadini un’infrastruttura pubblica in fibra ottica che tutti gli operatori di telecomunicazioni avrebbero potuto utilizzare a parità di condizioni. Per realizzare il progetto, l’ex sindaco di Firenze aveva anche il sostegno dell’Anci Toscana, pronta ad effettuare il censimento delle reti partendo dalle multiutility locali.

Renzi riteneva così importante lo sviluppo della banda ultralarga che ad un certo punto, il 2 gennaio 2014, da segretario del Pd, rilasciò un’intervista al Fatto in cui incalzava il governo di Enrico Letta invitandolo a chiarire che “lo scorporo della rete – Telecom – è una priorità”. Gli faceva eco la posizione di Paolo Gentiloni, cui Renzi all’epoca aveva affidato l’approfondimento del tema banda ultralarga: l’attuale ministro degli Esteri spiegava di ritenere necessario lo scorporo della rete in rame di Telecom e l’impegno della Cassa depositi e prestiti per sviluppare la banda ultralarga.

Neanche due mesi dopo Renzi si insediò a Palazzo Chigi al posto di Letta. Quale migliore occasione per portare avanti il più grande progetto di innovazione del Paese creando nuovi posti di lavoro? Il neo premier mise subito al lavoro il vicesegretario generale Raffaele Tiscar. Ne venne fuori il progetto Rinascimento 2.0, iFon, cioè Italian Fiber Optic Network, che metteva nero su bianco un piano finanziario pluriennale per la costruzione ex novo di una rete pubblica in fibra. Tutto pronto insomma per partire senza Telecom Italia e ridurre finalmente uno “spread digitale” che secondo il Censis costa all’Italia 3,6 miliardi l’anno. E, invece, niente da fare. Il piano venne accantonato per venire incontro all’ex monopolista che è anche uno dei più grandi datori di lavoro privati del Paese.

Da allora attorno al piano della banda ultralarga c’è stata solo una gran confusione. Con un improvviso cambio ai vertici della Cdp che non ha certo velocizzato il progetto di cablaggio del Paese. In più la bozza del decreto comunicazioni, condiviso da Tiscar, dal sottosegretario Antonello Giacomelli e dall’ex presidente di Cdp Franco Bassanini, è finita nel dimenticatoio. E con lui è sfumata la preferenza nell’attribuzione dei fondi pubblici per la fibra a “società non verticalmente integrate”, che non assomigliano cioè a Telecom che è al tempo stesso proprietaria della rete e venditrice di serviti di telefonia. Intanto, mentre il governo meditava sul futuro in fibra del Paese, sono cambiati gli equilibri azionari dell’ex monopolista: la francese Vivendi, presieduta dal finanziere Vincent Bolloré, è diventata il primo socio del gruppo guidato da Marco Patuano e tenta ora di comandare chiedendo spazio in consiglio.

E il progetto della rete pubblica, che fine ha fatto? Non pervenuto. Renzi ha ridimensionato i suoi sogni e oggi si parla di un impegno dell’Enel (di cui il Tesoro ha il 25%), accanto agli operatori di telefonia in una nuova società della rete. Ma gli addetti ai lavori sottolineano come non ci sia ancora un piano concreto d’azione con una valutazione puntuale dei costi. Il catasto delle reti è ancora in alto mare e la connessione del Paese continua a funzionare a singhiozzo. Intanto, secondo quanto riferisce Confindustria digitale, la burocrazia frena lo sviluppo digitale italiano: per posare 10 chilometri di fibra servono, infatti, 23 permessi, pari a un’autorizzazione ogni 432 metri. Non si tratta certo di una novità in un Paese ingessato dal farraginoso meccanismo della pubblica amministrazione. Lo sapeva il governo Letta che varò nel 2013 un “regolamento scavi” ad hoc per la fibra senza tuttavia prevedere sanzioni per i Comuni. Con il risultato che gli enti locali continuano ad applicare le vecchie procedure con copiose richieste documentazioni. E lo sa anche Renzi che sulla questione è intervenuto ampliando l’applicazione del decreto anche alla “posa di cavi e tubi aerei su infrastrutture già esistenti”.

Tuttavia, come spiega la Confindustria digitale, non tutti i tasselli sono ancora al posto giusto visto che mancano all’appello i decreti attuativi. Il risultato di tanta confusione normativa è che i lavori sono al palo e che, per la sola rete fissa, l’extracosto dovuto ai ritardi normativi pesa dal 30 al 50% in più. “A parità di investimento, l’efficacia in termini di copertura del territorio in Italia risulta essere molto inferiore agli altri Paesi europei”, aggiunge l’associazione di categoria degli industriali. La conseguenza diretta di questo stallo è che sarà impossibile per l’Italia rispettare gli impegni al 2020 presi con Bruxelles che chiede collegamenti superiori a 30 megabit per tutta la popolazione e la velocità di oltre 100 per la metà degli italiani. Non resta che chiedersi se il governo Renzi abbia intenzione di intervenire facilitando la vita agli operatori che investono il 15% del loro fatturato annuo per un totale di circa 6 miliardi. Al momento non ci sono indizi in tal senso. L’impressione è che Palazzo Chigi preferisca concentrarsi su un ponte sullo Stretto capace di tenere in piedi gli equilibri politici del governo piuttosto che su un progetto di innovazione nell’interesse del Paese.