Mentre il governo di Enrico Letta si preoccupa in ritardo di Opa nonché del Golden Power sulle infrastrutture cosiddette strategiche come la rete Telecom e avvia le “consultazioni” con vertici e azionisti del gruppo di telecomunicazioni, l’Anci di Firenze propone una società pubblica della rete telefonica che “sviluppi infrastrutture e le metta poi a disposizione, su un piano di assoluta parità di condizioni d’accesso, agli operatori privati dei servizi”. Senza il network di Telecom Italia in rame, che, al momento, è ancora nel limbo insieme al progetto di separazione dell’infrastruttra dal gruppo di telecomunicazioni con il suo conferimento (8-16 miliardi il valore stimato) a una nuova società per lo sviluppo della fibra in cui dovrebbe investire anche la Cassa Depositi e Prestiti, portando tra l’altro in dote Metroweb che ha in pancia la rete milanese in fibra.

Per ridurre i costi degli investimenti necessari alla fibra (15 miliardi secondo l’Agenzia digitale del ministero dello Sviluppo economico), l’Anci Toscana propone invece la realizzazione di un censimento di tutte le reti sul territorio italiano. A partire da quelle sviluppate da alcune multiutility locali, per arrivare a quelle create da joint venture pubblico-private ad hoc per le telecomunicazioni come Agesnet, PubliNet o ConsiagNet, fino a quelle delle condotte idriche, elettriche e fognarie che potrebbero essere sfruttate per il passaggio dei cavi in fibra. La creazione di un catasto delle reti, che l’Anci Toscana sta già tentando di sviluppare in proprio, permetterebbe così di definire il reale costo del cablaggio in fibra del Paese sfruttando buona parte delle infrastrutture pubbliche già esistenti e la cosiddetta “concomitanza di scavo”. Cioè quella per la quale se un ente pubblico sta lavorando ad una rete idrica (che pure necessita un rinnovamento) si usa un solo scavo per posare la fibra senza effettuare due diversi lavori al doppio dei costi.

Gli scavi, necessari per posare la fibra, rappresentano infatti l’80% della spesa per l’infrastruttura. Utilizzando reti già esistenti, quindi, si potrebbe arrivare ad un risparmio consistente per una rete che proietterebbe tecnologicamente in avanti il Paese rispetto al rame. E comunque, anche se i costi fossero quelli indicati da Telecom, cioé mille euro a connessione per un totale di 24 milioni di linee, meglio sarebbe per i cittadini e le imprese investire da subito nella fibra, perché il traffico dati, guardando lo storico degli ultimi trent’anni, decuplica ogni sette anni. Ma come può lo Stato investire una cifra così consistente? Può farlo attraverso attraverso una banca speciale, ovvero la Cassa Depositi e Prestiti, che potrebbe rivedere il ritorno del proprio investimento in dicei anni. “Oggi tutti pagano in bolletta alla Telecom circa 9 euro a connessione al mese – spiega un operatore – domani, con una nuova rete in fibra, l’utente potra scegliere se continuare a spendere la stessa somma per un network nuovo ed efficiente, oppure continuare a pagare la rete Telecom per il rame”. Quindi se anche, in un’ipotesi conservativa, solo la metà dei 24 milioni attuali di connessioni decidesse il passaggio alla nuova rete in fibra, la Cassa Depositi, come eventuale unico finanziatore-banca del progetto, incasserebbe un miliardo e 300 milioni l’anno pari a 13 miliardi di euro in dieci anni.

Detta alla maniera del mondo del credito, il progetto è assolutamente bancabile, cioè finanziabile. Tanto più che si tratta di un’infrastruttura strategica per il Paese e per il suo tessuto produttivo, nonché capace a medio termine di creare occupazione non solo nella nuova società della rete e fra i nuovi operatori, ma anche tra le piccole e medie imprese, diffuse sul territorio, che hanno bisogno di fibra per competere in ogni angolo del mondo globalizzato. In altre parole, il governo Letta potrebbe decidere oggi di scavare meno e quindi creare meno occupazione nel cemento e nelle costruzioni, per investire invece nel futuro delle piccole e medie imprese italiane che rappresentano una buona fetta dell’occupazione complessiva del Paese.

In assenza dello scorporo della rete in rame, però, per Telecom, gravata da 29 miliardi di debiti, sarebbero guai seri: la società non si assicurerebbe infatti la valorizzazione dell’infrastruttura con l’ingresso nella nuova società della rete assieme allo Stato e agli altri big del settore, possibilmente mantenendo il controllo al 51% che assicura futuri flussi di liquidità per abbattere il restante debito e ripagare le banche finanziatrici. Il management guidato da Marco Patuano sarebbe quindi costretto ad una vera rivoluzione aziendale (probabilmente anche a dei consistenti tagli occupazionali) dicendo addio per sempre alle rendite di posizione di cui l’ex monopolista ha goduto a lungo in passato senza poter investire nella nuova rete in fibra e assistendo alla progressiva e veloce erosione per obsolescenza tecnica della rete in rame. Una questione di cui si sono già accorte le agenzie di rating come Moody’s che, mentre vedono entrare in campo un operatore di primo piano come Telefonica che valorizza le azioni della compagnia italiana a 1,1 euro (contro lo 0,6 di mercato) perché immagina un miglioramento della situazione finanziaria, declassa il debito proprio in funzione di una ipotesi di minore capacità futura dell’azienda di generare introiti per pagare i propri debiti. Con un danno importante per i soci Telecom (fra cui ancora per il momento Mediobanca, Generali e Banca Intesa attraverso la holding Telco destinata a passare interamente a Telefonica) ma soprattutto delle banche creditrici che dovrebbero fare i conti con il mutato scenario per l’ex monopolista.