La bozza del decreto Comunicazioni doveva essere un atto condiviso fra governo, ministero dello Sviluppo economico e Cassa Depositi e Prestiti. Un documento pronto per l’approvazione in Consiglio dei ministri. E, invece, ad una manciata di ore dall’inizio della riunione dell’esecutivo di giovedì 11 giugno, la sua discussione è slittata. Non solo: nelle stesse ore, il ministro dell’economia, Pier Carlo Padoan di concerto con il presidente del Consiglio Matteo Renzi, ha avviato la rottamazione  dell’ad della Cassa Depositi e Prestiti, Giovanni Gorno Tempini e tentato la spallata anche con il presidente Franco Bassanini, entrambi grandi sostenitori del progetto di sviluppo della banda larga attraverso la creazione di un “condominio” pubblico-privato che ruoti attorno alla controllata Metroweb.

Lo slittamento della discussione sulla bozza e il tentativo di un violento ribaltone ai vertici della Cdp mostrano che sul tema della fibra il vento potrebbe cambiare a Palazzo Chigi. Possibile che Renzi abbia deciso di fare dietrofront sul piano di una società pubblica della rete di telecomunicazioni in fibra? La risposta è complessa e probabilmente passa anche per il riassetto azionario di Telecom Italia e per gli interessi forti che si intrecciano fra Roma, Parigi e Washington sul tema strategico delle telecomunicazioni. Stando ai fatti, resta il dato sconsolante dell’ennesimo rinvio per la discussione di una bozza che vale 6,5 miliardi di investimenti pubblici e circa 9mila nuovi posti di lavoro.

Due i passaggi in particolare che stanno creando tensione. Due soli punti che per Telecom però fanno la differenza. Il primo riguarda la possibilità che i contributi pubblici per cablare il Paese siano assegnati “preferenzialmente, in favore di soggetti non verticalmente integrati, con caratteristica di offerta solo all’ingrosso”, come si legge nella bozza. Senza questa frase, non ci sarebbe una sorta di “prelazione” nell’assegnazione dei fondi per le società che sono focalizzate solo sul business della rete e non offrono anche servizi. E quindi Telecom, proprietaria della rete in rame e operatore telefonico, rientrerebbe a pieno titolo nella partita della spartizione dei contributi pubblici. Il secondo punto è di tipo più tecnico e riguarda la possibilità di arrivare all’obiettivo di 100 megabit per secondo “simmetrici”, cioè con la stessa velocità in ingresso e in uscita dei dati. La cancellazione del termine simmetrico sul target indicato cambierebbe le carte in tavola sulla soluzione tecnologica preferita dal governo che finora si era espresso a favore della fibra fino alla casa dell’utente e contro l’opzione di rivitalizzazione del doppino di rame che piace molto a Telecom.

Singolare poi che la pausa di riflessione dell’esecutivo sulla bozza di decreto cada nel mezzo di una bufera alla Cassa Depositi e Prestiti dopo lo scontro di Bassanini con Telecom. Il presidente di Cdp non vorrebbe fare le valige, ma il governo non vuole saperne di lasciarlo al suo posto nemmeno fino alla scadenza del mandato prevista per aprile 2016. Bisognerà vedere chi avrà la meglio, tenuto conto che Bassanini ha dalla sua le fondazioni bancarie azioniste della Cdp, alle quali per statuto spetta la nomina del presidente. Rivendicando tale prerogativa giovedi in extremis gli enti hanno dato mandato al numero uno dell’Acri, Giuseppe Guzzetti, di chiedere conto al governo dei suoi piani per la Cassa. Anche perché non è un mistero che  dal punto di vista dell’esecutivo, l’uscita di scena di Bassanini consentirebbe maggiori margini di manovra sul tema della fibra. Magari di valutare persino l’ingresso di Cdp nel capitale dell’indebitata Telecom, ipotesi da sempre osteggiata da Bassanini, non senza creare imbarazzi a Renzi con gli amici statunitensi anche per via della vicinanza ai capitali cinesi. La questione non è da poco nel momento in cui si tessono nuove alleanze attorno a Telecom. Facile pensare, infatti, che nel capitale dell’ex monopolista, il finanziere francese Vincent Bolloré ormai prossimo azionista forte di Telecom e il braccio finanziario di Parigi, la Caisse des depots, possano giocare in sintonia con gli interessi dei grandi investitori statunitensi contro le ambizioni del piccolo socio Bank of China. E magari mettere le basi per grandi alleanze fra operatori di telecomunicazioni in chiave europea con la benedizione americana.

Per il momento, naturalmente, si tratta solo di ipotesi. Ma anche i nomi più quotati per la successione ai vertici di Cdp offrono indizi preziosi per completare il quadro. Da un lato, proiettato verso la presidenza c’è Claudio Costamagna, numero uno del gruppo di costruzioni Salini con un passato in Goldman Sachs, un ruolo da protagonista nelle svendite di Stato decise sul Panfilo Britannia negli anni ’90 e una moglie, Linda, indicata come finanziatrice della campagna elettorale di Romano Prodi alla vigilia della prima ondata di privatizzazioni. Consigliere di amministrazione fino al 2013 di Bulgari, società che appartiene al gigante francese del lusso Lvmh, Costamagna è un uomo per tutte le stagioni. Vicino alle famiglia Boroli-Drago, ai Benetton e al patron di Luxottica, Leonardo del Vecchio, l’ex banchiere è certamente in linea con la filosofia statunitense che piace anche a Renzi.

Dall’altro lato, per sostituire Gorno Tempini c’è in corsa Fabio Gallia, numero uno della Bnl, filiale italiana del gruppo francese Bnp Paribas. Il manager, citato a giudizio dai magistrati di Trani per presunta truffa nella vendita di prodotti derivati, ha un intenso legame con Parigi: entrato in Bnl nel 2007, Gallia ha infatti affiancato l’attuale numero uno di Bnp Paribas, Jean-Laurent Bonnafé, nella delicata ristrutturazione della banca romana. Si è conquistato passo dopo passo la fiducia dei francesi che gli hanno affidato l’incarico di amministratore delegato di una delle più redditizie filiali straniere. Per la Cdp, quello di Costamagna e Gallia, sarebbe in sostanza un tandem perfetto per mettere i cinesi nell’angolo e iniziare discutere del futuro di Telecom e della banda larga in salsa franco-americana. “Quello che è importante è che non si ritorni a modelli del passato, come la vecchia Iri“, commenta l’ad di Unicredit Federico Ghizzoni, come “auspicio personale. Se viene fatto per avere un sostegno a settori strategici e per non distruggere valore va bene, ma sono da evitare interventi dirigistici sull’economia: sarebbe il contrario a quello che il governo sta predicando. Ma il mio è solo un auspicio, non ho informazioni a riguardo”. L’importante è che l’obiettivo della Cdp sia “stimolo e sostegno all’economia reale, come succede in altri Paesi”.

@fiorinacapozzi