Milano, 23 novembre 2005; Maternità; foto di © Ermes Beltrami / emblem

Ero al corteo dell’otto marzo – anni fa a Catania – organizzato da alcune associazioni, tra cui quella in cui militavo. Alla testa della parata solo donne, ci dissero. Uomini e altre realtà, subito dietro. Comprensibile, pensai. A un certo punto mandarono una canzone – forse di Raffaella Carrà – e noi gay ci unimmo con le compagne in prima fila, per ballare insieme. Alcune femministe storiche, però, ci cacciarono via: non era il nostro posto. Eravamo maschi. Non importava se eravamo contro quel sistema patriarcale che vuole la donna “sposata e sottomessa”, come di moda in altre piazze. Il doppio cromosoma XY era una tara che non ammetteva eccezioni. Fu così che imparai cosa significa, per certe donne, essere femministe.

Torniamo ad oggi. A gennaio si riprende con le unioni civili e fuori dal Pd, intanto, è partita una campagna contro il ddl Cirinnà, legandolo all'”utero in affitto”. Tra gli acerrimi nemici della legge ricordiamo: cattolici, movimenti antigay, antiabortisti, estrema destra. Il testo in discussione non prevede l’adozione. Se uno dei partner ha prole (avuta precedentemente e senza altro genitore) può essere adottata dal compagno o dalla compagna. Nessun riferimento, quindi, sulla gestazione per altri (Gpa). Nonostante questo, le voci contro essa si levano sempre più numerose.

Aurelio Mancuso, ex presidente di Arcigay, e Paola Concia, ex deputata dem, si sono scagliati contro l’omogenitorialità maschile, mettendo in relazione stepchild adoption e “utero in affitto”. In questa gara, si distingue anche Arcilesbica. Posizione un po’ bipolare, quella dell’associazione, visto che poi ha aderito alla Marcia per i diritti, prevista a Roma per il 12 dicembre, che alla genitorialità gay è favorevole. Ultimo, in ordine di tempo, Se non ora quando – Libere che lancia un appello contro la surrogacy.

Il corpo della donna non si sfrutta, dicono. E su questo siamo tutti/e d’accordo. E poi ancora: «Una madre non è un forno» dichiara Cristina Comencini, tra le firmatarie, su Repubblica, «il rapporto tra il bambino e la mamma è una relazione che si crea» e mettere in vendita i propri figli è svilire la maternità. Un’altra aderente, Francesca Izzo, fa notare che la questione “non c’entra con i diritti dei gay che abbiamo sempre difeso. Ad esempio sostenendo la possibilità, per tutti, di adottare”. Peccato che in tale prospettiva verrebbe meno però proprio il rapporto “madre-figlio” che Se non ora quando dice di voler proteggere. Perché il problema della figura materna si pone solo in caso di GPA e poi scompare in caso di adozione? Bipolarismo anche qui?

Mi chiedo se sappiano davvero cos’è la Gpa, queste persone. Essa è praticata in forma ora gratuita ora a pagamento da parte di donne libere ed economicamente autosufficienti, nei paesi dove è consentita a termini di legge. Dove starebbe qui lo sfruttamento? In altri paesi, invece, esistono forme di abuso, legate a miseria e a scarsa cultura (anche di genere), e perpetrate in maggioranza da coppie eterosessuali, che pagano per avere dei figli. È tuttavia sospetto, converrete, che si agiti questo problema per screditare i genitori gay maschi e proprio adesso. E per fugare ogni dubbio sulla questione: il movimento Lgbt condanna ogni forma di mercificazione a danno delle categorie più deboli.

Facciamo un’ulteriore puntualizzazione: nei paesi in cui c’è sfruttamento della maternità, molto spesso troviamo il lavoro minorile, la prostituzione infantile, ecc. Come mai le Concia, i Mancuso e certe femministe si svegliano solo ora e contro l’omogenitorialità, confondendola con pratiche illecite? Sollevo un’ipotesi: il governo potrebbe essere messo in difficoltà dall’approvazione del ddl che allora si prova a depotenziare. Quello che si profila come “fuoco amico” tornerebbe utile, a tal proposito, per creare un clima culturale favorevole ad ulteriori passi indietro. Se pure gay, lesbiche e femministe si scagliano contro l’“utero in affitto”, e se le stepchild adoption vengono confuse con esso, allora sarà meglio non approvarle.

Adesso, che tale disegno sia portato avanti da certi attori politici già menzionati, è abbastanza naturale: non potendo impedire a gay e lesbiche di avere diritti minimi, lavorano alacremente contro i loro figli, giocando sporco sul dibattito politico. Che sia però cavalcato da personaggi interni al Pd, alla gay community e adesso anche da certo movimento femminista, è semplicemente ignobile: Se non ora quando e altri si stanno schierando, di fatto, dalla parte di chi è contro la legge 194, contro la dignità femminile, contro i diritti delle persone Lgbt.

Soprattutto fa specie che quelle per cui “il corpo è mio e lo gestisco io”, poi pretendano di decidere sulla vita di altre donne che permettono, in piena libertà, ai gay maschi di divenire genitori. Un po’ come se volessero escludere dalla danza della vita quanti e quante cercano solo di autodeterminarsi, nel rispetto delle reciproche umanità, magari per una lettura sbagliata del “maschile” – visto sempre come naturale nemico – o, peggio ancora, per mero opportunismo politico.