Che ne è stato della promessa di Matteo Renzi di sforbiciare la bolletta elettrica delle piccole e medie imprese del 10 per cento? Dopo più di un anno e mezzo la risposta del senatore Gianni Girotto del Movimento 5 Stelle non piacerà affatto al presidente del Consiglio: “A discapito della fortissima propaganda mediatica che accompagnò il suo annuncio, se ne sono perse le tracce”. E adesso, al netto dei tagli effettuati in particolar modo sul meccanismo di incentivazione del fotovoltaico, avverte l’esponente del M5S, i costi rischiano addirittura di aumentare. “I motivi sono molti – spiega il componente della commissione Industria di Palazzo Madama –. La bolletta elettrica è diventata ormai un bancomat: a pesare non è solo il canone Rai che si pagherà proprio con la bolletta, ma tante altre voci che, in un modo o nell’altro, finiscono sempre per avvantaggiare i grandi produttori e i grandi consumatori di energia”.

COMANDA IL MERCATO – Sotto accusa, da parte dei grillini, finisce innanzitutto il ddl concorrenza del governo licenziato lo scorso ottobre dalla Camera. Per effetto del quale, a partire dal 2018, scatterà l’abolizione del “mercato tutelato” per famiglie e piccole imprese. Un traguardo che le prime bozze del provvedimento anticipavano addirittura al 2015 per il gas e al 2016 per l’elettricità. Ma le proteste delle associazioni dei consumatori e le perplessità manifestate dall’Autorità per l’energia elettrica il gas e il sistema idrico (Aeegsi) hanno spinto il governo a posticiparne gli effetti. Nel prossimo futuro, quindi, niente più tariffe di riferimento fissate ogni tre mesi dall’Aeegsi per salvaguardare gli utenti da possibili impennate dei prezzi ed eventuali comportamenti collusivi tra gli operatori. Stop, inoltre, all’azione calmierante dell’Acquirente unico che consente ai clienti tutelati la partecipazione al mercato all’ingrosso a prezzi concorrenziali. Ciononostante, secondo il governo il prezzo dell’energia sul libero mercato sarà comunque più vantaggioso per il consumatore finale. Opinione non condivisa da diverse associazioni dei consumatori, tra le quali Adusbef e Federconsumatori: “Il principale effetto di questa misura – accusarono già a febbraio commentando le nuove misure del governo – sarà quello di aggiustare i conti delle aziende energetiche a spese dei consumatori domestici e delle piccolissime imprese”.

FUORI TARIFFA – Aumenti che, temono anche altre associazioni come Greenpeace, Legambiente e Wwf, per effetto della riforma delle tariffe proposta dall’Aeegsi, potrebbero finire per gonfiare la bolletta elettrica soprattutto per le famiglie più povere. In che modo? “Se si guarda con attenzione nel provvedimento che ridisegna la tassazione sui consumi elettrici, cancellando la progressività che oggi premia chi consuma di meno, si scoprono diverse conseguenze preoccupanti per i consumatori e per l’ambiente”, spiega in un editoriale pubblicato sul giornale online Qualenergia.it, Edoardo Zanchini, vice presidente di Legambiente. “A leggere i testi della stessa Autorità si scopre che per una famiglia media gli aumenti varierebbero tra il 5 e il 30% a seguito dell’entrata in vigore della riforma – scriveva lo scorso 16 novembre –. È vero, qualche grande consumatore avrebbe dei vantaggi, ma la stragrande maggioranza delle famiglie sarebbe penalizzata da costi più alti”. Insomma, un paradosso: più consumi meno paghi. Per far comprendere i numeri, Zanchini aggiunge che “solo il 6% di coloro che hanno consumi sopra i 3 kilowatt di potenza impegnata sono famiglie numerose”. Risultato: “E’ una bugia che questa riforma sia fatta per loro”. Posizioni condivise e rilanciate anche dal Movimento 5 Stelle.

CERTIFICATI AL VERDE – Ma non è tutto. “Solo pochi mesi fa l’Aeegsi aveva annunciato un aumento degli oneri in bolletta dovuto al termine del meccanismo dei certificati verdi stimabile in circa tre miliardi di euro”, ricorda Girotto. Cosa sono i certificati verdi? Si tratta di titoli negoziabili, rilasciati dal Gestore servizi energetici (Gse) in misura proporzionale all’energia prodotta da un impianto alimentato da fonti rinnovabili e in numero variabile a seconda del tipo di fonte rinnovabile e di intervento impiantistico realizzato (nuova costruzione, riattivazione, potenziamento e rifacimento). Il meccanismo di incentivazione con i certificati verdi si basa sull’obbligo, a carico dei produttori e degli importatori di energia elettrica prodotta da fonti non rinnovabili, di immettere annualmente nel sistema elettrico nazionale una quota minima di elettricità prodotta da impianti alimentati da fonti rinnovabili. Con una delibera del 28 settembre, però, l’Aeegsi ha confermato “la previsione di un consistente aumento nel medesimo anno degli oneri ‘per effetto del termine del meccanismo dei certificati verdi’, in quanto ‘oltre ai costi derivanti dalle tariffe incentivanti che ne prenderanno il posto (stimabili in circa 3 miliardi di euro), si sosterranno i costi associati al ritiro, da parte del Gse, degli ultimi certificati invenduti’, per un totale stimato dalla suddetta relazione in circa 2 miliardi di euro”. Di fatto, accusa Girotto, “il costo del meccanismo dei certificati verdi è stato spostato dai produttori di energia alla bolletta elettrica dei consumatori”.

CARI INTERCONNECTORS  – L’ultimo nodo riguarda, invece, la Legge di Stabilità. Dove, avverte l’esponente del M5S insieme al collega Gianluca Castaldi, “il diavolo si nasconde negli emendamenti”. In particolare quello sugli Interconnector (linee di importazione e trasporto di elettricità tra i diversi paesi dell’Unione) a firma del presidente della commissione Industria di Palazzo Madama, Massimo Mucchetti, del Partito democratico. “Noi chiediamo di ridurre la quantità di energia consumata e migliorare le prestazioni energetiche degli edifici pubblici – attaccano i grillini – mentre il Pd vuole continuare a riconoscere incentivi ai cosiddetti ‘energivori’ e produttori di energia da fossile”. Come starebbe facendo con gli interconnector, un provvedimento recepito in Italia da una legge del 1999 che prevede, al fine di realizzare il “mercato unico dell’energia elettrica”, un potenziamento delle linee di interconnessione con l’estero introducendo, a favore dei grandi consumatori energivori, uno sgravio sui costi di approvvigionamento. La legge in questione, denunciano Girotto e Castaldi, “promuove gli interconnector al costo di 500 milioni di euro l’anno prelevati dalle bollette elettriche dei cittadini”. L’emendamento Mucchetti, proseguono i parlamentari del M5S, “proroga (per sei anni) il sostegno agli interconnector fino al 2021”. Risultato: “Altri 2 miliardi di euro verranno sottratti dalle utenze elettriche degli italiani come maggiori oneri”. E l’unico effetto, affermano, sarà quello di “favorire interessi consolidati come quelli di A2A”, la più grande multiutility italiana da 12 mila dipendenti, operante nei settori energia, ambiente, calore e reti. Con l’interconnessione adriatica per il Montenegro, spiegano i parlamentari del M5S, “potrà essere importata energia da una centrale a lignite, il combustibile più inquinante in assoluto, e da alcuni impianti idroelettrici che non hanno i rientri sperati”. E quel che è peggio è che “il cavidotto servirà ad importare energia prodotta da impianti idroelettrici dalla Serbia che pagheremo a peso d’oro”.

MUCCHETTI RISPONDE – Di fronte alle critiche di Girotto e Castaldi decisa è la replica di Mucchetti. “Caricare sconti sugli acquisti di elettricità o premi sulle vendite della medesima a vantaggio di alcune categorie e a carico della bolletta fa parte delle misure di politica industriale che un governo può adottare – osserva il presidente della commissione Industria –. Le imprese industriali energivore, spesso impegnate in settori esposti alla concorrenza internazionale, costano circa un miliardo l’anno, interconnector inclusi. La produzione di elettricità da fonti rinnovabili, in priorità di dispacciamento, ossia in regime di protezione dalla concorrenza, assorbe 13 miliardi l’anno”. E se gli interconnector riceveranno aiuti per 12 anni (sei più sei), le Fer (Fonti energetiche rinnovabili) ne beneficeranno per 20. “Lascio a voi – spiega Mucchetti a ilfattoquotidiano.it – il calcolo di quanto pesino i sussidi per posto di lavoro nei due comparti produttivi, quello degli energivori e quello delle Fer”. Ancora, il senatore del Pd, ricorda che la legge del 2009 anticipa ai produttori che si impegnano a finanziare Terna (l’operatore di reti per la trasmissione dell’energia elettrica il cui azionista di maggioranza relativa è Casa depositi e prestiti) il vantaggio che avrebbero avuto una volta messa in campo l’infrastruttura di collegamento con i paesi esteri. Ma ora, fa notare il presidente della commissione Industria del Senato, “la norma prescrive che, ove non mettano in campo le risorse necessarie entro 90 giorni dall’esenzione, le imprese energivore debbano restituire gli anticipi fino ad allora ricevuti. E questo è un passaggio che dovrebbe garantire”. Infine, di fronte al rilievo dei grillini che importare energia non serva visto l’eccesso di capacità produttiva dell’Italia, Mucchetti risponde: “L’eccesso c’è. Nessuno lo nega. Ma questo eccesso non impedisce che il prezzo dell’elettricità per la clientela resti assai elevato a causa della crescente pressione della componente A3, che contiene i contributi alle Fer e ad altro e sfiora ormai i 15 miliardi”. E dal momento che l’importazione “funziona da calmiere”, conclude l’esponente del Pd, a regime “queste linee transfrontaliere daranno un beneficio reale al sistema”.

Twitter: @Antonio_Pitoni