Ha superato Silvio Berlusconi. Dopo aver più che doppiato Enrico Letta. E adesso punta al record di Mario Monti. Il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, non conosce avversari quando si parla di fiducie chieste dal governo al Parlamento: dal 22 febbraio 2014, giorno del giuramento, ha già posto la questione di fiducia – in media – più di due volte al mese. Con un totale di 47 casi. Un dato che lo mette al di sopra dell’ultimo esecutivo presieduto dal leader di Forza Italia, fermo a 45. Il sorpasso è arrivato lo scorso 12 novembre ed è consolidato con il maxiemendamento sulla Legge di Stabilità, annunciato dal ministro delle Riforme Maria Elena Boschi. Ma rispetto a Berlusconi c’è una differenza: il governo di centrodestra è stato in carica dall’8 maggio del 2008 fino al 12 novembre 2011. Più di tre anni. Un tempo in cui dal Quirinale Giorgio Napolitano lanciava una serie di moniti, ricordando che questo strumento “non dovrebbe comunque eccedere limiti” oltre i quali si verifica “una inaccettabile compressione delle prerogative delle Camere”. E l’allora vicepresidente del Senato del Partito democratico, Vannino Chiti, denunciava: “Così il ruolo del Parlamento diviene inesistente”. Altri tempi.

OPERAZIONE AGGANCIO – Numeri alla mano, quindi, solo l’esecutivo tecnico guidato da Monti riesce a stare davanti a Matteo Renzi: dal 2011 al 2013 ha posto 51 volte la fiducia. Ma l’aggancio non è così lontano. Se verrà mantenuta la media renziana di due fiducie al mese, nel 2016, tra febbraio e marzo, il record montiano potrà essere stracciato. Le 47 volte in cui è stata chiesta la fiducia, 24 al Senato e 23 alla Camera, sono superiori pure rispetto a quanto ha fatto Romano Prodi, che nella sua ultima esperienza a Palazzo Chigi (dal 17 maggio 2006 al 24 gennaio 2008) aveva a disposizione una maggioranza risicata a Palazzo Madama. La coalizione partiva dal centro con l’Udeur di Clemente Mastella e terminava a sinistra con Rifondazione Comunista: ogni provvedimento era appeso agli umori del dissidente di turno. Il Professore ha fatto ricorso a questo strumento in 38 occasioni. Un media inferiore a due al mese. E che dire a raffronto con Enrico Letta? Il precedessore di Renzi, dal 28 aprile al 14 febbraio, ha impiegato questo mezzo in appena 10 casi. Davvero impietoso poi il paragone con precedenti esperienze di governo di centrosinistra: Massimo D’Alema, dal 1998 al 2000, ha chiesto solo 5 volte la fiducia. Dopo di lui, Giuliano Amato non ci ha nemmeno pensato, restando a quota zero. Andando più indietro nel tempo, il primo governo Prodi (maggio 1996-ottobre 1998) si fermò a 42 voti di fiducia. Meno di due al mese.

BOSCHI SUPER STAR – Da ministra per le Riforme Costituzionali, Maria Elena Boschi è incaricata di andare in Parlamento e comunicare la decisione del governo di porre la fiducia: le è toccato in 44 casi su 47. La prima volta risale al 12 marzo 2014 alla Camera per l’approvazione del decreto sulle missioni internazionali delle Forze armate e di polizia. La più recente, prima di questa Legge di Stabilità, era datata 4 agosto al Senato, quando è stato dato il via libera al decreto Fallimenti. Solo in tre occasioni l’esecutivo ha mandato in Aula altri ministri: Andrea Orlando (Giustizia) per la legge sulle pene “in materia di contrasto a fenomeni di illegalità e violenza in occasione di manifestazioni sportive”, Marianna Madia (Semplificazione e Pubblica Amministrazione) per il provvedimento sulla “semplificazione e la trasparenza amministrativa e per l’efficienza degli uffici giudiziari” e Giuliano Poletti (Lavoro) per il Jobs Act. Per il resto il volto della fiducia del governo, è quello di Maria Elena Boschi.

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