Poliziotto tra i poliziotti, pescatore tra i pescatori, sfrattato tra gli sfrattati, esasperato tra gli esasperati, giustiziere tra i giustizieri. Salvini il camaleonte si presenta all’appuntamento di piazza Maggiore per prendersi la sua rivincita su Bologna, la città che un anno fa lo accoglieva letteralmente a bastonate. Un appuntamento, quello dell’8 novembre, che serve a Salvini per nutrire la pancia dei suoi seguaci e prendere la rincorsa in vista della competizione elettorale della prossima primavera che vedrà il Carroccio impegnato su molti campi nel tentativo di confermare la guida di città simbolo o di conquistarne di nuove.

“Liberiamoci e ripartiamo” è lo slogan della manifestazione, la terza grande piazza leghista dell’era Salvini, carica di tensioni e di aspettative. Sul palco di Bologna ci sarà anche la ruspa, eletta a simbolo del Salvini pensiero. E sulla ruspa, metaforicamente, salirà anche Silvio Berlusconi. Alla manifestazione bolognese , come annunciato, ci sarà anche lui, con il suo sorriso sornione a mascherare lo sfacelo di un partito in disarmo. Salirà sul palco da gregario per cercare di rimanere aggrappato alla speranza di non sparire. Una presenza che cambia profondamente la formula della piazza salviniana, scostando l’asse politico leghista da quella destra estrema che aveva affollato le piazze di Milano e di Roma. In piazza Maggiore, infatti, non ci saranno i militanti di Casa Pound Italia che nell’ultimo anno avevano offerto la loro presenza con due prove muscolari, evidenti, quasi sfacciate. Nell’ottobre del 2014 avevano marciato compatti e ordinati a Milano, da Porta Venezia al Duomo, in coda al corteo dei leghisti, mostrando le loro bandiere e scandendo i loro slogan. Una presenza ancora più sfrontata alla manifestazione di fine febbraio a Roma, dove in piazza è spuntata pure l’effige del Duce, suscitando l’entusiasmo dei Borghezio e provocando l’imbarazzo di molti militanti del Carroccio che con il nazionalismo e le bandiere Tricolore non hanno mai avuto molta confidenza.

Berlusconi, che con la Lega fa i conti da vent’anni in un rapporto di reciproca dipendenza, non aveva mai partecipato ad un evento di piazza organizzato dal Carroccio, nemmeno quando passeggiava a braccetto con Bossi nel giardino di villa San Martino. L’unico precedente risale al 3 marzo del 2002, data del quarto congresso federale leghista celebrato al forum di Assago. Allora l’ex Cavaliere salì sul palco e scambiò qualche battuta con il Senatùr, in prima fila c’erano anche Gianfranco Fini e Marco Follini. Altri tempi, altri nomi, altri rapporti di forza.

Allora di Matteo Salvini, già consigliere comunale di Milano da nove anni, si era sentito parlare solo per una stretta di mano negata al presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, per una battaglia contro il prefetto di Milano e poco altro (la boutade sulle carrozze della metro riservate ai milanesi arriverà solo anni dopo). L’attuale segretario federale era un giovane e intraprendente militante, voce di Radio Padania, segretario provinciale del partito. Un ragazzo ruspante, più avvezzo alla piazza che al ponte di comando. Più affezionato alla caciara e al megafono che al fine ragionamento politico. E la sua essenza sta proprio in questa attitudine, coltivata nel corso degli anni, di saper interpretare il sentimento della gente, nella capacità di leggere gli umori della pancia e di saperli tradurre in slogan.

La piazza e la strada sono il suo habitat. Come i quartieri popolari. I baretti di periferia. I mercati rionali. Salvini deve tutto al contatto diretto con le persone che fanno i salti mortali per reggere l’impatto con un’esistenza più grande di loro. Si nutre delle loro paure, delle loro frustrazioni, le digerisce per restituirle sotto forma di slogan. Parole d’ordine, appunto: “Basta Euro”, “Ruspa!”, “Stop all’invasione”, “Liberiamoci e ripartiamo”.

A Milano è cresciuto senza dare nell’occhio, senza disturbare i piani alti, fino al momento in cui ha lasciato il nido. Quando Maroni è partito nella sua lotta per la conquista del partito, Salvini ha sostenuto la necessità di un cambiamento, riuscendo nello stesso tempo a non dare mai l’impressione di voler pugnalare la vecchia guardia. Ha retto il partito in Lombardia, è diventato vice di Maroni, poi ha spiccato il volo prendendo in mano – alla fine del 2013 – una realtà logorata dagli scandali, elettoralmente insignificante.

È entrato da subito in una sorta di campagna elettorale permanente, mettendo a frutto gli anni di gavetta macinati nella sua Milano. È riuscito così a rimettere in carreggiata la Lega portando a casa un risultato al di sopra di tutte le aspettative alle elezioni europee, con il fortunato slogan “Basta Euro”. Arrivando poi all’affermazione proprio in Emilia Romagna, dove ha sfiorato il 20% al culmine di una maratona estenuante, fatta di proclami contro gli immigrati, i rom, di scontri violenti con gli antagonisti. Un copione che si è ripetuto anche nei mesi successivi, per le regionali del 2015 che hanno determinato il successo della Lega nel centro, con la vittoria della coalizione in Liguria e il successo per ko in Veneto.

Affermazioni sue e della sua retorica della normalità, professata da ogni palco, davanti ad ogni telecamera, in ogni piazza, con la capacità spudorata di affiancarsi di volta in volta all’alleato più utile , di abbracciare questa categoria e quella corporazione, eleggendosi a interprete dei disagi e portavoce delle rivendicazioni. Lo ha fatto dal palco di Milano, da quello di Roma, poi a Pontida. Ora riproporrà la formula a Bologna, sfidando in un colpo solo le “zecche comuniste” e misurandosi con una piazza che si è dimostrata molto in sintonia con il Movimento 5 Stelle di Grillo, fin dai tempi di quel primo V-day, nel settembre del 2007. Salvini sarà di nuovo camaleonte, interpreterà di nuovo il ruolo del leader normale, dialogherà con le casalinghe, con i pensionati, con i piccoli imprenditori e cercherà di convincerli che la Lega è l’unica risposta possibile in contrapposizione al pensiero renziano.

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